Ascesa e apoteosi del matrimonio delle celebrità – Beat and Love n. 34
La scala nuptiarum va dal royal wedding di William e Kate fino al matrimonio vip & cafonal di Taylor Swift e Travis Kelce
La vittoria di Sal Da Vinci a Sanremo ci aveva già lanciato un messaggio forte e chiaro: questo sarebbe stato l’anno dell’apoteosi matrimoniale. D’altronde, se il 2023 era stato l’anno del divorzio tragico, era quasi inevitabile che il pendolo del costume tornasse a oscillare nella direzione opposta, manifestando una curiosa ciclicità triennale nell’alternanza tra divorzi e sposalizi. Ovviamente non mi riferisco ai matrimoni del popolo, quelli sono in calo costante da anni. Mi riferisco ai matrimoni che contano nell’immaginario collettivo, quelli che finiscono sulle copertine e diventano eventi mediatici. Viviamo in una società piramidale, e anche il matrimonio segue la stessa traiettoria. Se un tempo era il rito d’ingresso nella vita adulta per tutti, oggi è tornato a essere un privilegio. Del resto, il matrimonio è la prima cellula di una società complessa: una piccola istituzione che organizza patrimoni, alleanze, discendenze e status.
Non stupisce, quindi, che stia tornando a essere soprattutto una faccenda da piani alti, appannaggio di reali e semi-reali, cioè delle celebrità. A chi vive nei piani bassi della piramide resta una versione molto meno solenne del legame: convivenze più informali, relazioni più slabbrate, monadi che si fanno compagnia più che alleanze destinate a durare. Del resto, è il modello relazionale perfetto per un capitalismo che preferisce individui a famiglie. Il singolo consuma di più, cambia più facilmente casa, mobili, abitudini; una famiglia, invece, ha la pessima tendenza a razionalizzare le spese, accumulare patrimonio e – orrore! – pensare al futuro della propria discendenza. I prodotti culturali confezionati dalle élite ci hanno raccontato che l’unica cosa che conta è l’amore, liberato da ogni vincolo materiale, economico o istituzionale. E il popolo ci ha creduto.
Il ceto medio ha sempre la tendenza a imitare i rituali delle élite. Solo che, quando il modello da replicare è quello dei matrimoni principeschi e dei ricevimenti da milioni di visualizzazioni, il risultato rischia di essere labranchiano, l’emulazione fallita di un modello culturale superiore. Goffredo Fofi sarebbe dispiaciuto nel constatare che nessuno vuole più fare le nozze coi fichi secchi. Se ci si sposa, dev’essere “come i ricchi”, perché il matrimonio non serve più tanto a sancire un’unione, il primo passo verso un chiaro progetto di costruzione familiare, quanto a mettere in scena, almeno per un giorno, l’appartenenza a un mondo che resta fuori portata.
Questo cambio di paradigma si è visto in maniera didascalica nel matrimonio tra Taylor Swift e Travis Kelce: per il New Yorker più che l’unione di due persone, la fusione tra due religioni di stato americane, la musica pop e il football. Le Swifties si aspettavano il matrimonio chic, raffinato, da far scoppiare Pinterest. Si sono ritrovate davanti una cerimonia che sembrava ribadire in ogni dettaglio il principio aristocratico del Marchese del Grillo, io sono io e voi non siete un cazzo. Ogni scelta ha avuto il compito di ricordare che quel matrimonio appartiene a un mondo inaccessibile. Nei matrimoni royal veri e propri esiste sempre una componente fondamentale, quella dedicata ai servants, al popolo che assiste, partecipa e viene ammesso, anzi è assolutamente previsto nella rappresentazione del potere: la carrozza che attraversa la città, l’ingresso in chiesa, la cerimonia religiosa aperta a tutti (che è la stessa per chiunque voglia sposarsi in chiesa, dove infatti, si è uguali davanti a Dio). È la differenza tra una religione monoteista e un culto pop: nella prima il rito è uguale per tutti, nel secondo l’accesso è regolato dalla distanza dal divino. Nel caso di Taylor Swift, la scelta di affittare il Madison Square Garden (il tempio newyorkese dello sport e degli spettacoli) racconta questa nuova aristocrazia dello star system: non un luogo sacro aperto al pubblico, ma uno spazio gigantesco trasformato in una fortezza privata. Un matrimonio privato, non segreto come quello di Zendaya e Tom Holland, ma organizzato per essere osservato da tutti. Da fuori.
Anche questa è una dimostrazione di potere: creare la massima privacy possibile dentro il luogo più pubblico possibile. Comunque, grazie a TMZ (il Dagospia americano) e al Daily Mail (il Dagospia inglese) ci sono arrivati tutti i dettagli da rubrica Cafonal: l’allestimento in pieno stile megachurch, gli addobbi da Casa di Prezzemolo a Gardaland, la quantità spropositata di fiori che non hanno però cancellato il preesistente odore di sudore, birra e hot dog. Non è mancato nemmeno il leak sulla gerarchia degli invitati, particolarmente evidente, pare, al momento dell’assalto al buffet. La lista degli ospiti era il consueto pantheon di celebrità: attori, scrittori, sportivi, pop star, una specie di assemblea generale dell’intrattenimento americano. Come in ogni matrimonio cafone che si rispetti, non poteva mancare l’esclusione eccellente, cioè quella della ex migliore amica della sposa, Blake Lively, immortalata sempre da TMZ mentre si trovava a migliaia di chilometri di distanza, impegnata in una sorta di festa country per il 4 luglio coi cavalli. Il MSG era transennato ma in fondo fuori c’erano ben pochi curiosi, che osservavano sconcertati il viavai di operai che trasportavano dentro statue di ghiaccio, un letto e altre scenografie di difficile decifrazione. Un insieme di corbellerie da far rivalutare l’estetica de La Sonrisa, nel frattempo chiusa (ho una teoria sul perché sia stata chiusa: imitava troppo bene il modello alto).
Il matrimonio delle celebrità è uno spectrum: da una parte troviamo il vero royal wedding, quello tra William e Kate, picco massimo del genere, il più imitato, il più aspirazionale, così com’era stato quello tra Carlo e Diana nel secolo precedente. Subito a seguire c’è il matrimonio vip & chic; in quest’ultimo caso la perfezione è stata raggiunta con quello tra John John Kennedy e Carolyn Bessette (il vestito di seta scivolato, la chiesetta sull’isola di famiglia). Dall’altra parte della scala nuptiarum, ormai si può mettere al primo posto il matrimonio di Taylor Swift e Travis Kelce, che supera inaspettatamente quelli che sembravano essere il picco dei matrimoni vip & cafoni, cioè quello tra Kanye West e Kim Kardashian, peraltro storica antagonista mediatica di Taylor, o il matrimonio veneziano del supermiliardario Jeff Bezos con Lauren Sánchez, una specie di summit internazionale del lusso con le gondole e manifestazioni di protesta organizzate dal nipote di Massimo Cacciari (se al tuo matrimonio non ci sono proteste, allora non sei nessuno). Anche il matrimonio dei fu Ferragnez aveva già dato il suo contributo al genere: statue di ghiaccio, fontane di cioccolato, archi di fiori, pianti durante le promesse (che sono testi sempre mediamenti imbarazzanti) e lo sposo nascosto sotto un tavolo mentre chiama l’amante. Poi è arrivato il matrimonio siciliano di Dua Lipa con Callum Turner, che ci ha fatto capire che il nuovo grande problema della Sicilia non sono più la mafia e il traffico, ma i matrimoni delle celebrità.
Per ultimo abbiamo assistito, soprattutto tramite le storie degli invitati, al matrimonio di Aurora Ramazzotti, che inevitabilmente richiama alla memoria uno dei grandi matrimoni vip della storia italiana: quello dei suoi genitori, Eros Ramazzotti e Michelle Hunziker. L’alba, forse, del matrimonio delle celebrità in Italia. Chi non ricorda il castello, il cappello a cilindro di lui, la bellezza abbacinante di lei, l’estetica anni Novanta? Era un’epoca in cui il matrimonio dei famosi sembrava ancora voler raccontare la favola bella che ieri c’illuse e oggi pure. Ma manca ancora l’ultimo livello della scala nuptiarum: il matrimonio dei Me contro Te. Anche loro scelgono un palazzetto (a Milano, il 5 settembre 2026), ma questa volta gli invitati non sono semplicemente ospiti: sono la tribù (pagante) del duo di youtuber per bambini e famiglie. Qui il rito, la performance e lo spettacolo collassano definitivamente l’uno dentro l’altro, fino a produrre qualcosa di nuovo e difficilmente classificabile. Sarebbe interessante poter assistere se non fosse che per un giornalista è praticamente impossibile: l’accesso è riservato esclusivamente alla trota (“Le trote” è il nome del loro fandom) pagante.
Forse alla fine di questo tunnel addobbato con arco di palloncini c’è una cosa sola: il falò di confronto. Il divorzio è previsto nello schema, è la seconda parte dello show. A quel punto il cerchio si chiude: il matrimonio torna al suo punto di partenza, sospeso tra rito, spettacolo e promessa eterna. Solo che ormai non sappiamo più se stiamo assistendo a una cerimonia d’amore, a un evento televisivo o a una gigantesca messa in scena collettiva. Probabilmente, nel 2026, non c’è distinzione. “Saremo io e te, per sempre, legati per la vita”.
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