Come le fanfiction (e i fandom) hanno cambiato l’editoria – Beat and Love n. 27
Ma hanno reso le storie migliori? Analisi di un fenomeno
C’era una volta leggere e scrivere: attività dell’intelletto umano appannaggio di scribi e monaci curvi sui loro scranni, e oggi, invece, di community femminili e queer che sulle piattaforme preposte, indefessamente leggono e scrivono fanfiction, una delle forme narrative più avanzate di escapismo identitario nel capitalismo delle piattaforme. Le storie più popolari su Wattpad superano le decine di milioni di letture; interi fandom (come, per esempio, quello di Harry Potter e del K-pop) generano centinaia di migliaia di nuove storie ciascuno. I numeri parlano chiaro: fandom e fanfiction non possono più essere considerati una sottocultura o una nicchia digitale. Hanno ridefinito l’industria editoriale e costituiscono ormai una delle principali infrastrutture narrative online, sviluppatasi a partire dalle community. Wattpad conta più di 90 milioni di utenti mensili, e le sue fanfiction raccolgono miliardi di minuti letti ogni mese. Sono storie in cui il sesso occupa un ruolo centrale: passionale, attraversato da fantasie di dominazione, intriso di dinamiche tossiche. Accanto a questo, si muove un vasto immaginario abitato da licantropi, vampiri, streghe, ma anche popstar, campioni sportivi e attori.
Oggi sono felice di ospitare nella newsletter Ilenia Zodiaco, per approfondire alcuni dei temi che ha già affrontato sul suo canale YouTube. Ilenia, conosciuta online anche come conamoreesquallore (ora che ci penso, un nome che non è poi così distante dal mio beatandlove) è una content creator esperta di libri, instancabile, coraggiosa, che non ha paura di dire quello che pensa davvero, colta. Fa anche lei parte dell’universo di NightReview e NR edizioni con la sua newsletter Inside Books di Ilenia Zodiaco. E poi ha avuto un ruolo importante anche nel mio percorso: mi ha affiancata come editor nella prima stesura del mio libro, in uscita tra qualche mese, dedicato a shitstorm, fandom e umanità online varia. Ma su questo ci torneremo, ovviamente.
Vi lascio alle sue riflessioni,
buona lettura!
Testo di Ilenia Zodiaco
È ormai da anni che tutta l’industria dell’intrattenimento tradizionale sta spremendo a fondo i fandom pur di continuare a vendere e mantenere una qualche rilevanza, nell’epoca dei social media e dello scrolling compulsivo, con cui sono in diretta competizione. Le case editrici, per esempio, non competono più tra loro, ma è la lettura stessa a dover competere con il continuo smanettare sullo smartphone. È sempre più difficile attirare l’attenzione di un pubblico distratto con storie originali che rappresentano un salto nel vuoto da un punto di vista prettamente imprenditoriale, quindi si cerca di persuadere le persone proponendo prodotti e storie che già amano, e che già hanno avuto successo. Vedo qualcosa che già mi ha dato piacere, quindi reagisco di conseguenza: è una reazione pavloviana, un riflesso condizionato.
La pubblicazione di fanfiction è un processo consolidato nell’editoria. L’anno scorso sono usciti ben tre libri – e solo nel panorama mainstream – ispirati alle fanfiction Dramione, un’etichetta usata nel mondo delle fanfiction di Harry Potter per riferirsi alle storie che hanno come coppia principale Draco Malfoy ed Hermione, due protagonisti della saga. Sto parlando di Alchemised, che è stato anche un caso editoriale piuttosto discusso, ma anche di Rose in chains di Julie Soto e Come (non) innamorarsi del nemico di Brigitte Knightley, dove anche la copertina strizza l’occhio alle sembianze dei due personaggi originali. Che, però, è l’unica cosa rimasta della storia originale di J.K. Rowling, visto che per motivi di copyright tutti i riferimenti all’universo potteriano dovevano sparire. E qui veniamo un po’ al nodo della questione. Un nodo anche etico. Sempre più spesso, infatti, le case editrici fanno scouting – ma nemmeno troppo accurato – online, ricercando proprio nel mondo delle fanfiction più lette e seguite il prossimo bestseller. Il motivo è scontato: sono storie che hanno già un pubblico affezionato e pronto a una spedizione in libreria per supportare l’autrice.
Ma non c’è solo questo. C’è anche un linguaggio condiviso, un vocabolario, adottato dai fan e che sta piano piano entrando nel mainstream. Pensate ai trope – che in fondo sono come le categorie delle fanfiction – e tutte quelle buzzword che si associano sempre più ai libri per cercare di descriverli: enemies to lover, slow burn, dark fantasy, romantasy, dark academia, ecc. Solo che non si usano per descriverli ma per segmentarli nel miglior modo possibile, in modo che chi riconosce quelle parole reagisca incuriosendosi e comprando il libro. Ancora: reazione di Pavlov.
Autori e fruitori di fanfiction utilizzano una lunga serie, in costante evoluzione, di vocaboli tipici della cultura fandom, chiamati “meta”. Per esempio, il termine slash indica come “main topic” una relazione omosessuale, canon indica che la fanfiction segue gli eventi o l’universo o l’ambientazione e i personaggi dell’opera originale, semplicemente amplia la narrazione, mentre fanon indica le storie interamente create dalla comunità dei fan, come particolari interpretazioni di un determinato personaggio. Molte fanfiction sono erotiche, quindi è presente tutta una categorizzazione, comprensiva di rating (in base alla quantità di contenuti espliciti, può essere verde, gialla o rossa) e di trigger warning (come rapporti non consensuali, per esempio), oltre che di semplici preferenze sessuali degli utenti (es. Gen, Het, ecc.). Se pensiamo al romance come genere, notiamo quanto abbia ereditato – nell’utilizzo del termine smut o spicy ma anche dei trope stessi – queste pratiche di riconoscimento e targettizzazione estrema.
Tutto questo nasce dall’estrema frammentazione e personalizzazione del mondo, dovuta alla tecnologia digitale e alla Rete che genera infinite nicchie di interessi. L’infrastruttura di internet non ha un centro. Anche se, alla fine, stiamo tutti sulle stesse piattaforme, seguiamo topic e argomenti diversi quindi è normale che ognuno viva su un’isola diversa a seconda delle proprie passioni. Anzi, spesso evitando gli altri e rifiutando qualsiasi informazione non coerente alla propria visione del mondo. Di fatto, non esiste più un mainstream per come lo abbiamo sempre conosciuto, ognuno vive nella sua bolla, crede in ciò che vuole. Ama ciò che vuole. Consuma ciò che vuole. È il paradiso dei fan o dei complottisti. O di entrambi.
Ma allora viene da chiedersi: il fandom ha reso le storie migliori? Rispondere in modo netto è difficile, soprattutto se si considera il fandom come un monolite. In realtà, ogni fandom produce output diversi e al suo interno restituisce stimoli e reazioni differenti. In origine, le fanfiction hanno contribuito enormemente a sfidare il mainstream, proponendo versioni radicali e riscritture rivoluzionarie delle storie (pensiamo all’omega verse: un universo ispirato a quello di Ursula K. Le Guin dove sono gli uomini a poter rimanere incinti). Spesso lo hanno fatto ignorando qualsiasi regola di scrittura “realistica” e sperimentando senza paura di giudizi o reprimende. Anche questo, in fondo, è parte del gioco e del divertimento.
Quando, però, i fandom entrano in contatto con il mercato culturale le cose cambiano. Gli editori hanno come unico obiettivo quello di vendere libri di successo e tendono quindi a replicare i fenomeni già affermati, saccheggiando e facendo man bassa di tutto quello che è popolare online per capitalizzarlo. Al di là del problema etico, si pone anche un problema di originalità.
Un tempo, il mondo culturale si muoveva in correnti e mode relativamente ordinate, che potevano essere seguite nel loro lento evolversi. L’industria editoriale riusciva, più o meno, a intercettare i desiderata del pubblico, attraverso analisi di mercato e intuizioni originali. Oggi, la miriade di trend macro e micro non permette sviluppi coerenti, bensì genera una ramificazione incontrollata. Chi saprebbe identificare la corrente principale nel flusso continuo di contenuti a cui siamo sottoposti? Se a questo aggiungiamo che le innovazioni tecnologiche hanno permesso una rivisitazione perpetua e facilitata delle storie con un conseguente allungamento del loro ciclo produttivo, è normale assistere a una rimessa in circolo e anche di serializzazione dei contenuti culturali del passato.
Il remix è il nostro habitus culturale. Il riuso creativo era già stato sdoganato, nei termini che conosciamo, dal postmodernismo. Oggi è l’estetica della contemporaneità. Tutto è una citazione, tutto è meta. I contenuti culturali viaggiano decontestualizzati e l’opera non è più completa ma si divide in frammenti, inseriti in una narrazione non ufficiale, senza cornice di riferimento. Il rischio è una saturazione culturale che non permette più di lasciar emergere visioni originali e nuove. L’arte dovrebbe servire a creare immagini inedite nella mente delle persone. Ma riesce ancora a farlo, in un mondo popolato da un vortice di immagini senza fine? Ecco perché tante persone trovano, invece, confortante e non frustrante rifugiarsi in ciò che già conoscono. Le fanfiction incarnano perfettamente questa dinamica: sono rivisitazioni che bilanciano familiarità e variazione, ma sono anche qualcosa di più. Mettono in discussione il concetto stesso di autore solitario, trasformando la scrittura in una pratica collettiva fondata sulla ripetizione di codici condivisi, su cicli continui di input e feedback – un capitolo pubblicato, una comunità che recensisce e valuta – quasi simultanei al processo creativo, tanto da influenzarlo direttamente. Un meccanismo che ritroviamo anche nella scrittura delle serie TV, che si adegua (o meno) alla risposta del pubblico agli episodi già in onda, dando vita a quello che spesso si chiama fan service.
Sulla carta, questo processo di autorialità espansa è interessante – e per molti autori rappresenta una scuola di scrittura eccezionale, oltre che una risorsa da cui trarre vantaggio. Del resto, tutti gli scrittori hanno iniziato imitando i libri che amavano. Il mercato editoriale, però, continua a fondarsi su logiche di individualità difficilmente aggirabili. Quel che invece va abbandonato è il mito dell’opera “speciale” che si muove da sola e arriva magicamente nelle mani dei lettori: buona parte del successo di un libro dipende da comunità solide o da un lavoro consapevole di personal branding e marketing, da parte degli autori come degli editori. Si può sempre sperare nel caso, certo – ma i casi editoriali in cui un perfetto sconosciuto emerge dal nulla sono sempre più delle chimere.
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Adoro questo articolo, perché io sono cresciuta a pane e fan fiction. Ai miei tempi c’era EFP e lì dentro c’era davvero un mondo!
Leggevo di tutto: Buffyverse(mio fandom preferito) originali e qualsiasi cosa incrociasse le mie passioni del momento. Tra tante cose dimenticabili, spuntavano spesso perle incredibili.
Non mi sono mai posta troppo il problema del “modificare qualcosa che non era mio”: quelle storie restavano lì, online, per il puro gusto di chi le leggeva. Era uno spazio libero, o almeno, io lo intendevo così. Fuori dalle “regole” dell’editoria vera e propria.
Wattpad invece non riesco a viverlo allo stesso modo. Come dici anche Ilenia, è chiaramente pensato per un pubblico più giovane: commenti a raffica, cuori ovunque. Ai miei tempi si commentava a fine capitolo e si aprivano confronti bellissimi.
E sì, da lì sono nate amicizie che mi porto dietro da più di 15 anni.
Forse è proprio questo il punto: tutto cambia, ma resta sempre legato a qualcosa che abbiamo amato e che, in fondo, avremmo voluto vedere diverso.
Una piccola rivoluzione dell’editoria… e non sono sicura sia un male!