Indicatori di guerra online – Beat and Love n. 26
“Monitoring the situation” e “Slowed macarena”: la guerra non è solo nei territori dove si combatte davvero, è anche nello spazio mentale che condividiamo ogni giorno
Insomma, la Terza guerra mondiale è infine arrivata, o forse è la “Prima guerra globale”, come la definisce Federico Fubini sul Corriere della Sera, che scrive:
Se la Prima e la Seconda guerra mondiale furono una resa dei conti tra alleanze, la Prima guerra globale è frutto del collasso delle coalizioni. […] In questo quadro, dal 2022 sono rimasti coinvolti oltre cinquanta Paesi con una popolazione complessiva di oltre quattro miliardi di persone. La metà dell’umanità è in qualche misura a contatto con i conflitti.
“Globale”, del resto, descrive bene anche un altro fronte attivissimo: quello di internet e dei social media. Qui il conflitto è immateriale ma comunque onnipresente, capace di penetrare nella testa delle persone e nella vita quotidiana. È stato così anche con la pandemia, che non si è svolta solo negli ospedali, nelle case di cura, nei cimiteri: riconosciamo tutti che ci ha cambiato profondamente, e lo ha fatto attraverso l’isolamento e i rapporti umani ridotti a scambi online, l’esperienza mediatica condivisa e vissuta in tempo reale attraverso contenuti di ogni genere, meme, grafici. Ho amici che hanno iniziato a sognare bombe che cadono nei paesi dove vivono i loro genitori. Altri, invece, hanno cominciato a chiedersi se non sia più prudente allontanarsi dalle grandi città europee dove adesso vivono e lavorano (Londra, Berlino, Bruxelles). La guerra non è solo nei territori dove si combatte davvero: è anche nello spazio mentale che condividiamo ogni giorno online.
Finora si possono individuare tre momenti che hanno segnato questa Prima guerra globale. Sono passaggi chiaramente riconoscibili osservando l’andamento dei volumi di mention online:
il 24 febbraio 2022, con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia;
il 7 ottobre 2023, con l’attacco di Hamas contro Israele, e l’inizio del trend “Gaza”;
il 28 febbraio 2026, con l’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Quest’ultimo fronte, in particolare, si è però sviluppato in tre fasi:
La prima risale al giugno 2025, quando tra il 13 e il 24 si è consumata quella che molti osservatori hanno definito la “guerra dei dodici giorni”: un attacco aereo a sorpresa condotto da Israele contro impianti nucleari e obiettivi militari iraniani.
La seconda fase coincide con le proteste interne del 12 gennaio 2026, quando Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià, ha incitato dai suoi account online alla rivolta contro il regime, invitando i manifestanti a prendere il controllo dei centri cittadini. Per alcuni giorni la crisi iraniana ha assunto i contorni di una possibile insurrezione interna.
La terza fase è quella che segna l’inizio formale della guerra, il 28 febbraio 2026.
Prima che questi eventi esplodano, inizio a registrare online sempre strani movimenti nelle conversazioni: piccoli picchi improvvisi, correnti sotterranee che si attivano improvvisamente. Per esempio, tra gennaio e febbraio erano diventati virali i pronostici di alcuni astrologi molto seguiti sui social, che sostenevano di aver previsto lo scoppio della guerra leggendo i segni nell’allineamento dei pianeti e nell’eclissi lunare. Invece, la community OSINT, dei cryptobro e dei trader (che si percepisce più razionale e scientifica) usa il cosiddetto Pentagon Pizza Index, secondo cui l’aumento improvviso di ordini nelle pizzerie attorno al Pentagono anticiperebbe l’inizio di operazioni militari statunitensi o l’esplodere di una crisi internazionale. In pratica, se nelle pizzerie vicino al Pentagono c’è un affollamento insolito a orari improbabili, significa probabilmente che qualcuno, negli uffici del Dipartimento della Difesa, sta facendo gli straordinari. Questa metrica strampalata è diventata virale, ma non è affatto l’unica. Intorno a questi KPI è nata una vasta community di “osservatori” che “monitorano la situazione”, cioè raggruppano tutti gli index del caso dentro mega-dashboard dove, di fatto, si fa una specie di trading geopolitico.
Pizza index, mappe OSINT, tweet di analisti militari, strumenti di tracking del traffico aereo e dei satelliti, analisi delle mention e del sentiment. Tutte queste metriche vengono aggregate in pannelli pieni di grafici e notifiche: sembrano la schermata di una sala operativa dove si controllano cose all’apparenza “molto importanti”, ma nella realtà servono soprattutto a capire su cosa scommettere, prima degli altri. La massima espressione di questa tendenza è nel sito Polymarket, una piattaforma di prediction markets dove gli utenti comprano e vendono quote legate a eventi futuri di qualsiasi tipo: elezioni, crisi politiche, guerre, cadute di governi, risultati di referendum (sì, anche quello costituzionale italiano sulla riforma della giustizia). In pratica si scommette su probabilità geopolitiche in tempo reale, e i prezzi oscillano come in una borsa valori. C’è chi ha vinto milioni scommettendo sull’attacco all’Iran o sulla caduta di Maduro in Venezuela. E qui abbiamo il primo meme virale in questi giorni di guerra globale: Monitoring the situation. L’immagine tipica mostra qualcuno davanti a cinque o sei monitor pieni di grafici, mentre dice: “Adesso non posso, sto monitorando la situazione”. È una battuta, ma anche una descrizione abbastanza accurata di come una parte di internet vive le crisi globali, cioè come un flusso continuo di dati e segni da decriptare, possibilmente da anticipare, per guadagnare dei soldi. Ammetto che anch’io sono dipendente dal “monitoring the situation”, ma per fortuna non sono una ludopatica, quindi non ci scommetto sopra. Mi limito a mettere questa abitudine al servizio dei lettori curiosi e anche di chi verrà dopo, e proverà a capire come diamine funzionava questa società scervellata.
Un mio index preferito è l’impennata, su YouTube e TikTok, di video che usano certe basi musicali ricorrenti in sottofondo. Una di queste basi, da qualche giorno, è arrivata alla ribalta dei mainstream news: i video con la versione slowed della Macarena. Tecnicamente dovrei dire versione “slowed + reverb”, anche questo un trend musicale della community dei dj che postano i loro remix sulle piattaforme, ben sapendo che uno di quei remix prima o poi verrà usato per qualche altro trend virale. Credo di aver visto i primi video con “Slow Macarena” negli anni della pandemia e, infatti, gli strumenti di analisi mi confermano che era il 2021: la base musicale era applicata ai videogiochi di guerra, mentre dal 2023-24 è stata applicata anche a video di propaganda militare USA, con montaggi a ritmo di navi militari in rotta verso paesi per “esportare la democrazia”, o acrobazie di aerei militari mischiati a immagini da Top Gun. Video di propaganda non da canali ufficiali, ma da ulteriori community di “appassionati di guerra”, gente nell’esercito o gymbro. Non smetterò mai di dire che internet è un luogo che non esiste ma dove puoi comunque sentire il lavorìo incessante delle community che producono costantemente contenuti, nella speranza che prima o poi vadano virali. A quanto pare, qualcuno ha ritenuto adatta la Macarena a questo tipo di video guerreschi perché il testo della canzone parla di una ragazza (Macarena) piena di gioia e voglia di vivere, che tradisce il fidanzato (Vitorino) mentre lui è impegnato nell’esercito. In ogni caso, il montaggio ha funzionato e adesso anche l’account ufficiale della Casa Bianca ha iniziato a postare video di propaganda bellica con la Macarena in sottofondo.
Nel frattempo, anche in Europa qualcuno ha deciso che era giunto il momento di fare un po’ di propaganda bellica sui social. Dai profili ufficiali di Emmanuel Macron è comparso un video accompagnato da una versione a Cappella della Marsigliese (devo dire, decisamente efficace), mentre Keir Starmer aveva provato con “Money for Nothing” dei Dire Straits, ma il video è stato rapidamente cancellato (l’accusa ricorrente nei commenti era quella di star copiando Trump; e poi la stampa UK non l’ha presa benissimo). Purtroppo (per fortuna?) nessuno qui da noi ha azzardato un montaggio tra la canzone di Sal Da Vinci e le Frecce Tricolori. Sembra una battuta, ma la logica è che la guerra passa attraverso una competizione tra contenuti bellici virali. Vale, naturalmente, anche per l’Iran degli ayatollah. In un mondo dove l’attenzione è una risorsa strategica, perfino un singolo razzo lanciato verso Dubai, una delle città con la più alta concentrazione di content creator del pianeta, diventa oltre che un atto militare, anche un’operazione perfettamente calibrata di memetic war.
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Borsa della resilienza: ora so finalmente cosa fare del mio acciarino comprato 5 anni fa e usato solo una volta per una braciolata. Grazie.