A wag’s life – Beat and Love n. 29
Mogli, fidanzate, fandom e Formula 1
Immaginatemi come un messaggero al galoppo che giunge al villaggio mentre ancora albeggia e tutti dormono, portando notizia del fatto che Lewis Hamilton e Kim Kardashian si sono messi insieme. E, dunque, ormai è accertato: la WAG culture ha ufficialmente espugnato e preso possesso della Formula 1. Ma prima di capire com’è potuto succedere, bisogna fare un passo indietro e spiegare cos’è una “wag” e poi perché esisterebbe una “WAG culture”. Wag è un termine coniato dalla stampa scandalistica inglese, la migliore a intercettare gli improvvisi smottamenti tra caste sociali. È l’acronimo di Wives And Girlfriends, mogli e fidanzate, ma non di un San Giuseppe qualunque, bensì di atleti d’élite, plurimedagliati numeri uno di serie A.
Oggi, l’atleta d’élite gode di uno status simile a quello che godeva nell’antica Grecia, figura a metà tra un semidio e l’eroe che deve incarnare l’ideale di areté (cioè eccellenza sia fisica che morale). Atleti del genere partecipano, talvolta a loro insaputa, anche a un’altra competizione, un po’ diversa rispetto alle loro solite discipline sportive: la Tinder Champions League, il campionato mondiale dell’accoppiamento di alto livello. È qui che nascono le “power couple”, le coppie di potere adorate dall’industria dell’intrattenimento. Si tratta di due individui già famosi presi singolarmente, che insieme moltiplicano fama, successo, denaro e influenza.
Le coppie possono appartenere alla stessa industria, oppure a industrie diverse; in ogni caso, per “industria” si intendono ambiti come il mondo dello spettacolo e dell’intrattenimento, o contesti affini, come quello politico. Tuttavia, nella maggioranza dei casi non si tratta di coppie perfettamente equilibrate in termini di notorietà: spesso uno dei due è molto più famoso dell’altro. Ciononostante, anche il partner meno noto può trarre vantaggio da questa vicinanza, ampliando la propria visibilità (soprattutto online) e costruendo una rete di relazioni più influente (per esempio, Cristiano Ronaldo e Georgina Rodríguez). La prima ondata di power couple tra sportivi e wag risale alla fine degli anni Novanta, quando Victoria Posh Spice si fidanzò con David Beckham, e Ilary Blasi sposò Francesco Totti, ed era molto orientata al calcio e al Regno Unito (il picco c’è stato con i Mondiali del 2006), dal 2010 in poi il fenomeno si è spostato negli Stati Uniti allargandosi ad altri sport, come NBA, NFL (la Lega del Football americano; vedi, per esempio, Tom Brady e Gisele Bundchen) e in Formula 1.
Nel tempo, si sono susseguiti diversi tipi di accoppiamenti, tra sportivi e modelle o soubrette, mentre a partire dagli anni Dieci, sono entrate in scena anche le influencer. In questo contesto, non è corretto parlare di “mantenute”: come già detto, la wag sfrutta la notorietà del partner come leva per sviluppare una propria carriera nel mondo dello spettacolo e della comunicazione. Questo può tradursi in un aumento dei follower sui social, in maggiori opportunità con sponsor e stilisti, fino al lancio di brand personali (makeup, linee di abbigliamento) o altre attività imprenditoriali. Nel 2023 poi l’apoteosi, quando la WAG culture ha incrociato il mondo della musica pop, con la relazione tra Taylor Swift e Travis Kelce. In questo caso, la figura più famosa è chiaramente Swift, e l’impatto mediatico della coppia ha finito per favorire soprattutto la visibilità della NFL.
Le wag navigano all’interno delle dinamiche del mondo dello spettacolo, e portano con sé l’innata capacità di generare drama. Motivo per cui la WAG culture è inestricabilmente legata ai fandom online, che di drama ci campano. Relazioni travagliate, tradimenti, riconciliazioni, figli e matrimoni, tutto diventa materiale per contenuti con conseguente ampliamento di pubblico che un po’ segue lo spettacolo sportivo, e un po’ le telenovelas sottostanti. L’industria dello spettacolo adora tutto questo che si traduce in Soldi, soldi, soldi, anche se qualcosa a volte può andare storto. Qui entra in scena la figura della dark wag e quella per eccellenza è Wanda Nara, dalla vita sentimentale estremamente turbolenta e l’accusa di aver rovinato la carriera a più di un calciatore. Temuta persino dai fandom e dalle community online, che la descrivono come spregiudicata o manipolatrice, e le contestano anche fatti più gravi, come presunti episodi di riciclaggio di denaro. A Wanda Nara manca ormai solo l’organizzazione di un colpo di stato. Comunque, vista l’imprevedibilità di certe relazioni, è chiaro che l’industria preferisca esercitare un certo controllo anche sugli accoppiamenti: non si tratta di veri e propri matrimoni combinati, piuttosto di unioni fortemente incoraggiate o discretamente orchestrate dietro le quinte dei Romeo e Giulietta del caso.
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Arriviamo, quindi, alla WAG culture in Formula 1, un connubio praticamente perfetto tra business, lifestyle, piloti e modelle-influencer; tutti pienamente consapevoli del gioco a cui stanno giocando, e di quanto ci sia in palio. A conferma di questa dinamica, è arrivata appunto la coppia Lewis Hamilton & Kim Kardashian, la figlia più celebre della dinastia Kardashian che ha fatto del coupling un’arte oltre che un business, grazie all’incessante lavorìo della momager Kris Jenner.
Come sono entrate le wag nella F1 è una storia interessante. È il 2018 e la società americana Liberty Media ha da poco acquisito il brand Formula 1, sottraendolo al suo storico dominus, Bernie Ecclestone, i cui ultimi anni di gestione sono stati caratterizzati da scandali di ogni tipo e dal rafforzarsi della sua reputazione di femminaro, con conseguente perdita di pubblico e prestigio per la F1. Liberty Media intende spazzare via il passato e trasformare la Formula 1 da motorsport d’élite in fase calante in un marchio globale di intrattenimento, lifestyle e tecnologia avanzata. Sembra quasi di vedere slide dal roboante titolo “Rebranding Formula 1”, mentre il nuovo managing director, Sean Bratches, pronuncia frasi del tipo “sarà una challenge sfidante”. La prima mossa, in effetti, spiazza tutti: dal 2018 non ci saranno più le “grid girls”, le cosiddette “ombrelline”, ad allietare i pre e post gara. Fino ad allora, le ombrelline erano considerate figure iconico-decorative del paddock: belle ragazze incaricate di reggere ombrelli e cartelli informativi, vestite in modo succinto e talvolta spruzzate di champagne dai piloti vincitori. Per decenni hanno incarnato la filosofia alla base del motorsport, riassunta nel motto: “Donne e motori, gioie e dolori”.
Ma nel frattempo il contesto è cambiato. Il movimento MeToo ha messo a soqquadro certi usi e costumi a Hollywood, mentre anche lo sport statunitense è travolto da scandali, come quello legato al medico della nazionale di ginnastica artistica, Larry Nassar. In questo clima, Bratches, dall’alto dei suoi team meeting a tema rebranding, tuona: “L’utilizzo delle grid girls è stato per decenni un elemento di base della F1. Oggi, invece, riteniamo chiaramente che questa pratica non sia più in linea con i valori del nostro marchio né con quelli della società moderna”. Dal canto suo, Bernie Ecclestone commentava la decisione definendola “un po’ puritana”.
Nel 2019, tolte dal paddock le grid girls, inizia invece su Netflix con tempismo perfetto la prima stagione di Formula 1: Drive to Survive, che ottiene un immediato successo mondiale. La serie accelera la creazione di fandom, dove le wag rientrano a pieno titolo come protagoniste di narrazioni, oggetto di fanbase dedicate, infinite discussioni e drama, “ship” e altre dinamiche tipiche della cultura pop e di internet contemporanea. I fandom della Formula 1 sono esattamente come tutti gli altri, come quelli del K-pop, delle saghe letterarie e delle serie TV. Sono composti principalmente da donne, gen Z e millennial, e ci tengono alle classifiche ufficiali sportive come alle metriche social. Insomma, gli atleti da un lato hanno i tifosi tradizionali, che seguono semplicemente la dinamica sportiva (pubblico perlopiù maschile), e dall’altro i fandom e gli standom, con le loro logiche, i linguaggi delle community online e l’attivismo performativo (pubblico perlopiù femminile). Gli sportivi e gli atleti arrivano ad avere account Instagram da milioni di follower: Lewis Hamilton ha 43 milioni di follower, e Charles Leclerc più di 23 milioni; in ogni caso sono richiestissimi da sponsor, capaci di portare con sé un fiume impetuoso di engagement, like e visibilità.
Le WAG assolvono a due compiti: portano nuovi filoni narrativi e il pubblico femminile si identifica con loro. Si tratta di una sorta di “parasocialità by proxy”: la fan non sviluppa il legame unilaterale direttamente con la celebrità, ma attraverso un intermediario (la wag). Dunque, i fandom sostengono le loro compagne, si identificano fortemente con loro, vorrebbero essere loro. Si può immaginare questa raccolta di storie di WAG come una specie di “Favole della buonanotte per bambine ribelli” ma al posto di Margherita Hack e Rita Levi Montalcini, ci sono Alexandra Saint Mleux, Kelly Piquet, Carmen Montero Mundt, Margarida “Magui” Corceiro. I tifosi di vecchia data si lamentano sui social del fatto che il loro sport preferito è stato “invaso dalla WAG Culture”. Le wag sono figure sempre iconico-decorative ma ormai non sono più costrette a reggere né ombrelli, né cartelloni, solo borse costose tenendo al guinzaglio cani di piccola taglia (amatissimi dai fandom). Sfilano sul paddock, presenziano alle gare, hanno profili Instagram e TikTok patinati dove esibiscono i fit check d’alta moda, illustrano la loro skin care, mostrano vacanze extra-lusso. Matrimonio entro i 25 anni, figli entro i 30. Oggi, la Formula 1 sembra concettualmente più vicina a un reality show di casalinghe mormoni, con una gara di macchina sullo sfondo. A posteriori, la scelta dell’aggettivo “puritano” da parte di Bernie Ecclestone sembra meno metaforica e ironica di come suonasse allora.
Solo i più attenti tra noi avranno notato la felpata estensione di queste dinamiche dalla Formula 1 al tennis. Per esempio, dopo la vittoria di Jannik Sinner del Rolex Monte-Carlo Masters 2026, lo si è visto festeggiare presso il ristorante Cipriani. Da un lato aveva Laila Hasanovic (sua attuale fidanzata, ma anche ex di Mick Schumacher), dall’altro Alessandro Benetton. Conto pagato da Flavio Briatore (con la coppia già vista al Billionaire), dunque praticamente accerchiato. Dal canto suo, Laila Hasanovic è passata da 250 mila a 500 mila follower nel giro di 6 mesi, con in mezzo un lancio di un siero abbronzante. Su TikTok, Laila adesso fa video con Desiré Inglander, un’altra nota wag e partner dell’atleta di salto con l’asta Armand Duplantis, mentre fuori scena probabilmente ci sono i rispettivi e noti partner che giocano a golf.
Che tipo di archetipo femminile rappresentano le WAG e cosa raccontano della società in cui viviamo? Il rinnovamento della nostra società è solo formale, ma l’essenza resta la stessa. Anzi, più regredisce verso modelli da società precristiana, più si riveste di una patina esteriore fatta di novità, lustrini, glamour, filtri, intelligenza artificiale e ogni altro genere di mascheramento esteriore. Inoltre, il lato oscuro di questo mondo così perfetto ci parla attraverso le pagine di cronaca, di blitz della polizia all’alba che sventano giri di escort e di sfruttamento sessuale. In questo sudicio mondo o sei la wag di qualcuno o sei una escort, insomma di nuovo la figura femminile si colloca lungo un asse ambiguo: se da un lato può essere riconosciuta come partner, moglie o protagonista autonoma di una propria carriera, dall’altro rischia di restare intrappolata in un sistema in cui esiste anche una vasta area grigia di aspirazione, esposizione e sopravvivenza, fatta di chi cerca di accedere a quello stesso mondo e a quegli stessi stili di vita con ogni mezzo disponibile.
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