Memorie Olimpiche – Beat and Love n. 23
Un viaggio tra cerimonie di apertura, VHS consumate e orgoglio nazionale in diretta: quando i grandi eventi televisivi diventano liturgia pop, memoria familiare e specchio di un Paese
Sono una di quelle persone che amano i grandi eventi televisivi di massa: i matrimoni reali e i funerali di Stato, il Conclave, l’elezione del Presidente della Repubblica, i Mondiali di calcio, l’Eurovision, Sanremo e, ovviamente, le cerimonie di apertura dei Giochi olimpici. Ammetto che non solo li amo, ma ho una vera e propria iperfissazione. Per questo motivo, mi è capitato spesso di scontrarmi con chi mostra indifferenza o, peggio, insofferenza verso il grande evento televisivo di massa, sentendomi ogni volta in dovere di spiegare per filo e per segno tutti i motivi socio-politici, economici e culturali per cui, invece, andrebbe preso sul serio, se non proprio onorato. A mia discolpa aggiungo che c’entrano anche motivazioni di studio, insieme a una passione per la fenomenologia di massa, le scienze della comunicazione, la sociologia e la cultura pop. Credo che la mia iperfissazione sia, in fondo, una questione sia educativa che sentimentale: tutta la mia famiglia va pazza per questi grandi eventi e la mia infanzia è costellata di questi momenti ritualistici in cui ci ritrovavamo davanti alla TV, commentando con partecipazione e trasporto ciò che stava accadendo. Mia madre e mio padre hanno sempre avuto un’indole spiccatamente internazionalista, in netto contrasto con la mentalità del paese in cui sono nati e cresciuti, fortemente campanilista e tradizionalmente diffidente nei confronti della televisione, dell’intrattenimento e, più in generale, di tutto ciò che fosse avulso dal lavoro quotidiano. Era una visione del mondo in cui non c’era spazio per un eccesso di simbologia o di liturgia: quella già fornita dalla religione ufficiale veniva ritenuta più che sufficiente.
Il primo grande evento televisivo impresso nella mia memoria è proprio una cerimonia di apertura dei Giochi olimpici: quelli di Seul del 1988 (con la colonna sonora di Jurassic Park che mi risuona in sottofondo mentre scrivo questa data). Per i miei genitori, entusiasmarsi per la cultura coreana significava progresso, apertura mentale, inclusione; col senno di poi, avevano anticipato un trend, ovvero l’amore globale per il K-pop. Avevano registrato quella cerimonia su due cassette VHS, che io continuavo a guardare in loop, propinandole alle sventurate amichette che venivano a casa per giocare alla “Casa di Barbie”. Che cosa c’era di così affascinante e irresistibile? Innanzitutto quella moltitudine di corpi sul prato dello stadio che si muovevano all’unisono, ciascuno seguendo con precisione tempi e istruzioni individuali, ma riuscendo insieme a generare figure spettacolari. Figure che i singoli partecipanti, immersi nel gesto e nel ritmo, probabilmente nemmeno percepivano, mentre noi spettatori, grazie allo sguardo dall’alto, potevamo cogliere nella loro interezza. Le bandiere, la sfilata degli atleti, la musica coreana tradizionale mescolata a quella contemporanea, i vestiti colorati, i tamburi: la Corea del Sud trasformò la cerimonia in una dichiarazione al mondo. Attraverso coreografie di massa, unendo tradizione e modernità, mostrò il proprio passaggio dalla povertà del dopoguerra a una potenza organizzata, dalla dittatura alla democrazia. Suscitò nel pubblico internazionale la sensazione netta di aver finalmente trovato “la sua voce”, e il suo “posto nel mondo”. Mi causò anche un piccolo trauma infantile: durante la cerimonia d’apertura vennero liberate migliaia di colombe come simbolo di pace e alcune si posarono sulla grande torcia olimpica. Quando la fiamma fu accesa, molte morirono bruciate in diretta TV mondiale.
Negli anni successivi si sono susseguite altre cerimonie di apertura dei Giochi, più o meno riuscite, più o meno sentite. Negli anni Novanta, due accensioni della torcia olimpica sono entrate nella storia per pathos e potenza simbolica. La prima, a opera dell’arciere paralimpico spagnolo Antonio Rebollo, vide una freccia infuocata scoccata verso il braciere olimpico durante la cerimonia di apertura dei Giochi di Barcellona del 1992. La freccia atterrò fuori dallo stadio, ma gli organizzatori dichiararono che era voluto: bastava che passasse a mezz’aria, infuocando il gas del braciere. La seconda, alle Olimpiadi di Atlanta del 1996, quando Cassius Clay, che aveva cambiato il nome in Muhammad Alì dopo la sua conversione religiosa, accese la torcia senza nascondere i tremori provocati dal Parkinson. I Giochi olimpici di Atene del 2004 li ricordo soprattutto perché sfuggirono di poco a Roma, che perse la candidatura all’ultimo momento, anche se la cerimonia d’apertura in stile classico greco fu davvero meravigliosa. E poi c’è probabilmente la mia preferita in assoluto: la cerimonia di Londra 2012, vera apoteosi della Cool Britannia, con le Spice Girls, Mr Bean e Paul McCartney. È difficile immaginare qualcosa di più iconico di Daniel Craig nei panni di James Bond che accompagna la regina e i suoi corgi verso l’ingresso più spettacolare di sempre: un lancio dall’elicottero, con tanto di paracadute coi colori dell’Union Jack. Non era intelligenza artificiale: era semplicemente la televisione al suo massimo splendore. Subito dopo, la regina, con l’aria di chi avrebbe preferito vedere la cerimonia dal divano di casa, dichiarava aperti i Giochi, vestita di rosa e con una piumetta sul cappellino. Sono momenti come questo che mi fanno rimpiangere di non essere nata inglese e mi permettono di comprendere quel senso di orgoglio nazionale descritto, tra l’altro, nel romanzo Middle England di Jonathan Coe. Nel romanzo di Coe, la cerimonia olimpica di Londra diventa il centro di un intero passaggio narrativo, capace per una sera di riunire tutti i protagonisti davanti alla televisione:
Quella sera l’Inghilterra sembrava un paese tranquillo e organizzato, un paese in pace con sé stesso. L’idea che una trasmissione televisiva avesse potuto unire tanti milioni di persone così diverse gli faceva pensare alla sua infanzia e lo faceva sorridere.
Ed eccoci qui arrivati a febbraio 2026, alle Olimpiadi di Milano-Cortina, vagamente titubanti e ripensando a Massimo Boldi escluso dalla lista dei tedofori per aver detto che il suo sport preferito è la figa (avrebbe dovuto dire l’hockey). Se dovessi giudicare lo stato della nostra nazione dalla cerimonia d’apertura a San Siro, direi semplicemente: io speriamo che me la cavo. Per pathos, mi aveva colpito molto di più quella di Torino: l’impressione è che Milano-Cortina ne abbia ripreso più di un passaggio, senza però ereditarne lo slancio. Copiamo qualcosa e portiamoci a casa un 7+. Certi passaggi sono stati impeccabili: la sfilata tricolore, Vittoria Ceretti e i corazzieri, le moka danzanti. Mancava la capacità di prendersi un po’ in giro, quell’autoironia che rende una celebrazione qualcosa di vivo e non solo di ben confezionato (per fortuna ci hanno pensato, almeno, i mascheroni di Verdi, Puccini e Rossini con uno dei tre che somigliava in modo inquietante a Massimo D’Alema). Milano, del resto, si prende sempre terribilmente sul serio, con zero voglia di fare autoironia: si percepisce come una città a statuto speciale, un Paese nel Paese, con tutt’altre urgenze urgentissime da smarcare velocemente e passare al prossimo task. E alla fine è uscito un racconto un po’ segnato dall’insofferenza, dalla FOMO.
Come in Jonathan Coe, anche qui l’identità nazionale sembra affiorare solo per un attimo, più come un riflesso televisivo che come un sentimento condiviso: un’illusione, destinata a svanire appena si spegne lo schermo. Ma almeno anch’io ho ripensato alla mia infanzia.
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Jonathan Coe, mio grande amore letterario del decennio scorso.
Io vorrei menzionare come "cerimonia" anche le Olimpiadi per i poveri, i bellissimi Giochi Senza Frontiere, che negli anni 90 (o anche 80?) ci hanno intrattenuti a dovere.
Io con la stessa passione per i grandi eventi (a cui mi permetto di aggiungere, dalla mia personale memoria familiare, il Concerto di Capodanno rigorosamente quello da Vienna), di questa apertura dei giochi olimpici salvo, oltre alla Ceretti, il nostro Sergio nazionale in tram che, seppur vero che hanno voluto fare il verso a sua Maestà Elisabetta, mi è piaciuto assai.