Nel 2016 abbiamo smesso di capire il mondo – Beat and Love n. 22
L'anno in cui internet e i social media sono diventati una forza dominante: non più uno specchio della realtà, ma un motore capace di influenzare società, emozioni collettive e i nostri ricordi
Scrollando TikTok, a volte ci si imbatte in video all’apparenza banali: utenti qualunque che si rivolgono direttamente a chi sta dall’altra parte dello schermo. “Anche tu dormi male in questi giorni? Ti svegli sudato, fai incubi più del solito?”. La prima volta che ho interrotto lo scroll su un video del genere ho pensato: “Oddio, è vero. Sto dormendo proprio male in questi giorni!”. Ma a quanto pare non ero la sola. Aprendo i commenti, centinaia di utenti concordavano: “Sì, anch’io”; “È successo a me stanotte”; “Pensavo di essere l’unico”. Scoprire che il nostro disagio non è isolato, ma condiviso, è rassicurante. Ci conforta ma riesce anche a stranirci. Qualcuno scrive: “Perché viviamo tutti la stessa vita?”. Questa sensazione di unità, però, si incrina al primo commento fuori dal coro: “Raga, ma io ho dormito benissimo”. E sotto questo, di solito, si raccolgono tutti gli altri che confermano di aver riposato senza problemi: anche loro sono un gruppo nutrito. Basta poco, insomma, a spezzare l’incantesimo di aggregazione. Si esce all’improvviso dall’ipnosi di gruppo, si ritorna in se stessi e si razionalizza. D’altronde, dormire male la notte è una delle esperienze più comuni: è successo a chiunque, con una frequenza più o meno variabile.
Ma tra quelli che, invece, dormono bene, quanti iniziano a dubitare del proprio sonno dopo aver visto il video del creator e letto quella sequenza di commenti? Quanto ci facciamo suggestionare dal gruppo? È probabile che alcuni, influenzati dal contenuto e dal gruppo che lo sostiene, spostino inconsciamente il ricordo a un altro periodo distante dal presente, quando avevano effettivamente dormito male. In fondo, non stiamo solo raccontando come abbiamo dormito, bensì stiamo cercando un posto dentro una narrazione collettiva. Osserviamo gli altri per capire cosa proviamo, adattiamo i nostri ricordi e le nostre sensazioni a ciò che sembra condiviso, e dunque socialmente accettato. Questa è la mente a sciame, come direbbero gli sceneggiatori di Stranger Things: un’idea che la cultura pop ha reso familiare, ma che in realtà affonda le radici in teorie scientifiche più ampie, dagli sciami di uccelli all’interconnessione sotterranea dei funghi. Anche noi essere umani funzioniamo così, e online ancora di più.
Era una lunga premessa per arrivare al trend che ha dominato questo turbolento inizio d’anno: la nostalgia per il 2016. Eppure, negli anni passati avevamo già assistito alla glorificazione estetica del 2010, 2011, 2012 e così via da parte della Gen Z, che sembrava voler sperimentare un sentimento che noi Millennial conosciamo fin troppo bene: provare nostalgia per un’epoca mai vissuta. In questo caso, però, la nostalgia non riguarda la vita reale, ma i trend online del decennio precedente. È come se la memoria collettiva di ciò che abbiamo vissuto online si stesse sostituendo a quella degli eventi realmente vissuti nel mondo reale.
La memoria collettiva online procede attraverso la creazione di video aesthetic, cioè un insieme di immagini che compongono scenari e atmosfere. D’altronde, l’online non è per definizione uno spazio fisico, in qualche modo bisogna pur ricreare i luoghi, e di conseguenza i luoghi della memoria. Prima di TikTok, le aesthetic venivano create all’interno di community piccole o legate ad alcuni fandom, su piattaforme come Pinterest e Tumblr. Alcune diventavano virali, finivano su Instagram e Facebook, o persino nei media mainstream, come la Vaporwave. TikTok ha accelerato questo processo: non solo è facile creare nuove aesthetic, ma è ancora più facile renderle virali. Ecco, diciamo che anno dopo anno, dalla pandemia in poi, con il proliferare di piattaforme e di contenuti AI, la nostra mente a sciame tecnologica e internettiana si fa sempre più veloce e compatta. I contesti collettivi reali diventano sempre più rarefatti, mentre ci sembrano molto più concreti quelli del mondo online. Perché proprio il 2016, però, sembra oggi avere un peso diverso, più intenso e più collettivo? Perché questa fissazione, perché tutti ne parlano, cosa lo rende davvero così speciale? Ebbene, il 2016 è stato un vero turning point. È l’anno in cui il mondo online ha raggiunto una forza e una concretezza tali da poter competere con quello reale. Da quel momento in poi, ciò che accadeva online non si limitava più a riflettere la realtà, ma iniziava a plasmarla. Ormai internet e i social media non erano più un mass media emergente o di nicchia, ma avrebbero superato per influenza i media tradizionali. Tutte le generazioni erano ormai online, soprattutto su Facebook, e la vita digitale era diventata un’esperienza collettiva. Parallelamente, però, il mondo reale cominciava a incupirsi.
Il 2016 si era aperto con l’uscita di un nuovo album di David Bowie, Blackstar (★), pubblicato l’8 gennaio, nel giorno del suo sessantanovesimo compleanno. Sono una grande fan di Bowie e ricordo di averne discusso a lungo con amici e colleghi: sia del primo singolo, “Blackstar”, sia del secondo, “Lazarus”, inclusi i rispettivi video musicali. Video che mi avevano profondamente turbata: li trovavo cupi, angoscianti, infarciti di simboli di morte. “Sembra un rituale di magia nera”, avevo scritto. “Sei la solita esagerata”, mi aveva risposto un amico. Eppure Bowie morì soltanto due giorni dopo, il 10 gennaio 2016, a causa di un tumore che non era mai stato reso pubblico fino a quel momento. Ero appena arrivata al lavoro, quando lo venni a sapere. Quella mattina avevo trovato un parcheggio libero proprio accanto alla sede in cui lavoravo, un evento quasi miracoloso per essere una delle zone più congestionate di Roma, quando lo speaker alla radio comunicò la notizia. Per commemorarlo, fecero suonare uno dei suoi brani più celebri: “Starman”. Così come la notizia mi colse di sorpresa, allo stesso modo, quelle prime note mi fecero scendere delle lacrime spontanee e irrefrenabili. “Starman” era la mia canzone preferita di Bowie ma rimasi stupita dalla mia reazione. Solo più tardi mi resi conto che, in quei giorni, avevamo vissuto un lutto collettivo di rara intensità, amplificato dal fatto che “Blackstar” parlava apertamente di morte, perdita, disperazione. In rete fiorirono articoli di ogni tipo: dalle analisi più tecniche e profonde, fino alle derive complottiste. Queste ultime, senza troppi giri di parole, sostenevano che David Bowie ci avesse lanciato una maledizione. Negli anni successivi, quella suggestione si trasformò in un vox populi: l’idea che tutto avesse iniziato ad andare storto proprio con la morte di David Bowie.
Gran parte dell’attuale trend del 2016 ruota attorno agli influencer di Instagram e agli youtuber che in quel momento erano nella loro età dell’oro. Le protagoniste di queste gallerie di immagini montate in sequenza sono Selena Gomez, Zara Larsson, Ariana Grande con la coda alta e le orecchie da coniglietta, e Kylie Jenner con il suo rossetto azzurro. L’eroe dei ragazzi era Cristiano Ronaldo, si esultava facendo la dab e su YouTube si caricavano video delle mirabolanti acrobazie con i fidget spinner. Ci facevamo selfie con il filtro cagnolino di Snapchat, mentre i politici si facevano rovesciare secchi d’acqua ghiacciata in testa per qualche buona causa che oggi nessuno ricorda più. In Italia, Greta Menchi e Sofia Viscardi erano le amiche di tutte, mentre ClioMakeUp insegnava a mettere l’ombretto e a pettinare le sopracciglia. Sullo sfondo spiccava la ruota panoramica del Coachella, ribattezzato il “festival delle influencer”. Oggi c’è chi sostiene che quello sia stato l’ultimo momento in cui “si viveva davvero”, prima che tutto diventasse pura esibizione e performance continua sui social. Un’illusione. I post erano già saturi di filtri pseudo-nostalgici, di finte macchine fotografiche Leica di cui il logo di Instagram era già una parodia. Anche a quel tempo stavamo, in qualche modo, rievocando il 2006, l’epoca degli hipster e delle prime it-girl. E poi, nel maggio 2016, Fedez e J-Ax pubblicano un’altra pietra miliare di quell’anno, “Vorrei ma non posto”, citando il cane di Chiara Ferragni: un evento che porterà alla nascita di quel mostro mitologico a due teste noto come i Ferragnez. Un passaggio del testo della canzone recita:
E poi, lo sai, non c’è
Un senso a questo tempo che non dà
Il giusto peso a quello che viviamo
Ogni ricordo è più importante condividerlo
Che viverlo
Vorrei ma non posto
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L’ottimismo estivo si schianta nell’autunno del 2016 sul muro del Pizzagate. A novembre WikiLeaks, l’organizzazione di Julian Assange che compiva dieci anni di esistenza, aveva rilasciato il solito paccone di leaks (in particolare, email dei membri del Partito Democratico americano hackerate dai russi), così in ufficio io coi miei colleghi ci eravamo messi a cercare, ridanciani, i carteggi contenenti la parola chiave “ufo”. Nel frattempo, negli Stati Uniti qualcuno stava facendo delle ricerche simili ma con la parola chiave “pizza”, cambiando per sempre la traiettoria della storia. In alcune email di John Podesta, responsabile della campagna elettorale di Hillary Clinton, si parlava infatti di compravendita di pizze. Perché politici di primo piano, in piena campagna elettorale, avrebbero dovuto scambiarsi così tante email sulla… pizza? A dare forma al sospetto contribuì un vecchio documento dell’FBI, che circolava online da anni, in cui si affermava che “pizza” fosse una parola in codice usata in ambienti pedofili per indicare materiale pedopornografico. A quel punto, le menti più paranoiche e cospirative del web avevano tutti gli elementi per “unire i puntini” e costruire quella che sarebbe diventata la teoria del complotto online più celebre del decennio: il Pizzagate. Un’email in particolare, riferita a una cena elettorale al ristorante Comet Ping Pong di Washington D.C., in cui si citava una “pizza al formaggio”, venne interpretata come un riferimento cifrato alla pedopornografia. Da lì, la conclusione: il ristorante sarebbe stato in realtà un luogo di ritrovo per abusi rituali satanici, dotato di tunnel sotterranei. Altre “prove” vennero ricavate dai post social del proprietario della pizzeria: foto di neonati o bambini prese online come meme, immagini ironiche o opere di artisti. Anche i quadri appesi all’interno del locale furono giudicati sospetti. Erano di un artista che sembrava dipingere delle orge: uno dei suoi quadri ritraeva un gruppo di persone nude che accarezzava due grandi serpenti, che per molti era un richiamo ai rettiliani. A quel punto lo storytelling era completamente sfuggito di mano. La teoria diventò così virale che hashtag come #Pizzagate e #SaveTheChildren (usato in questo contesto come appello a “salvare i bambini dalle élite sataniche e pedofile”) iniziarono a essere monitorati e rimossi da Facebook. Verranno poi bloccati definitivamente nel 2020, quando, complice TikTok, il Pizzagate conoscerà una nuova fiammata, intrecciandosi con l’inizio della saga degli Epstein Files.
E questo è il motivo per cui gli Epstein Files restano oggi così importanti, sia per l’attuale amministrazione Trump, sia per la mitologia di internet: rappresentano il prosieguo del Pizzagate, anzi, ne incarnano la concretizzazione nel mondo reale. L’altra “concretizzazione finale” fu la vittoria di Donald Trump su Hillary Clinton alle elezioni presidenziali del 2016: un risultato che smentì in diretta tutte le previsioni dei grandi esperti che davano Clinton per favorita. I campioni dei sondaggi non riuscirono a tenere conto nel giusto modo dell’umore di chi, online, si era organizzato in community capaci di influenzare il dibattito politico. Donald Trump vinse anche grazie al Pizzagate e al potere memetico di una rana, Pepe the Frog. Eppure, prima del voto, c’era stata la grande marcia delle donne, con i loro berretti rosa, in protesta contro la manifesta misoginia trumpiana. Era, in pratica, la prima delle grandi manifestazioni performative di massa: eventi che avevano un enorme impatto online, ma che si consumavano rapidamente, sostituiti da nuove “buone cause” mentre le precedenti venivano dimenticate. Il 2016 è stato l’anno in cui i fenomeni di internet hanno preso il sopravvento sul mondo fisico e reale, in grado di plasmare la nostra percezione collettiva, le emozioni di massa, e i nostri ricordi.
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