Verrà la morte e ci faremo un post – Beat and Love n. 32
Rip amico mio, e mo’ se magna: i rituali del lutto online nella dimensione performativa dei social media
Qualche settimana fa ho saputo che un mio amico era morto. L’ho scoperto aprendo Facebook: un parente aveva pubblicato sulla sua bacheca una sua foto, con un messaggio di accompagnamento che si apriva così: “Carissimi, il nostro amato Antonio ci ha lasciati…”. È stato come ricevere una secchiata di acqua fredda in faccia tirata da qualcuno dietro lo schermo del telefono. Antonio è stato uno dei miei primi amici su internet, conosciuto agli inizi degli anni Duemila sul forum del nostro gruppo musicale preferito. Quel tipo di amicizia fatta soprattutto di chiacchiere e qualche confidenza in chat, rimasta invariata con il passare del tempo e l’avvento di nuovi social network.
Ci siamo iscritti alle stesse piattaforme e abbiamo continuato a seguirci, scambiandoci i like ai nostri post, commentando sciocchezze, congratulandoci a vicenda per un successo professionale o personale. A volte ci siamo anche incontrati di persona, spesso per caso, frequentando gli stessi luoghi di Roma. Io, come al solito, restia a uscire di casa; lui, estroverso e pieno di energia, con un grande sorriso per tutti. È stato lui a farmi essere meno malfidata verso le persone conosciute online. Un’amicizia nata in rete può essere autentica quanto qualsiasi altra, non è meno reale perché si vive a distanza o perché ci si incontra poco, o mai. È solamente diversa. Si costruisce attraverso le parole, lo scambio di pensieri e la continuità della presenza. Nasce dalla percezione, nitida e rassicurante, che dall’altra parte ci sia qualcuno che comprende ciò che provi e che guarda il mondo con una sensibilità affine alla tua.
Mi sono ritrovata a dover fare i conti con l’elaborazione di un lutto, per una persona che avevo conosciuto e frequentato quasi esclusivamente online. Solo che, nelle lande virtuali dei social, non esistono veri e propri rituali condivisi per elaborare una perdita: ognuno improvvisa come può, in parte ispirandosi ai riti del mondo reale, in parte sfruttando le modalità e i linguaggi dei social. Poiché il funerale si era già svolto, ho sentito il bisogno di condividere la notizia con chi aveva fatto parte della nostra prima community: ho scritto un post in un gruppo chiuso per ricordarlo insieme e chiederci, increduli, come fosse potuto accadere. Ho anche chiesto l’amicizia su Facebook a sua sorella, di cui mi aveva parlato tante volte, per porgerle le mie condoglianze. Ho lasciato un messaggio sotto la sua foto. Mi ha aiutato.
Il primo modo che abbiamo di elaborare il lutto online è attraverso un post commemorativo, creando un contenuto che di fatto diventa un necrologio. C’è chi lo pubblica sul proprio feed, rivolgendosi alla community con cui è solito comunicare, accompagnandolo con foto e lunghi messaggi. C’è chi si rivolge direttamente al defunto, taggandolo. L’elaborazione del lutto, così, si scontra inevitabilmente con la dimensione performativa richiesta da ogni social media. Come accade per altri eventi fondamentali della vita (nascite, matrimoni, lauree, ecc.), anche la morte è altamente performativa (checché se ne dica), e quei post finiscono per raccogliere una gran quantità di like e commenti. Per questo, la retorica mortuaria rende insopportabili i necrologi social a molte persone. Su Reddit, per esempio, esiste un intero filone di racconti di utenti che hanno interrotto i rapporti con familiari o amici che, subito dopo una perdita, hanno pubblicato online il proprio messaggio di commiato senza prima confrontarsi con gli altri parenti più stretti. “Ha detto a tutti su Facebook che nostra madre era morta prima ancora che io lo sapessi”, racconta un utente parlando della sorella. Ancora più frequente è un’altra critica: “Non perde occasione per parlare di sé, mettersi in mostra e raccogliere like con la scusa del parente morto”.
Il fenomeno si accentua ulteriormente quando la persona scomparsa è famosa: in quel caso il lutto trascende la dimensione intima per diventare completamente esibito, tra fotografie con il vip e dimostrazioni di presunta familiarità. A questo si aggiunge tutta la produzione di meme, con l’aggiornamento delle immagini dei personaggi famosi che si ritrovano tutti insieme in paradiso. Elaborare il lutto, allora, significa anche provare a schivare l’ironia, bloccando preventivamente le pagine ufficiali di aziende di servizi funebri che sui contenuti relativi alla morte hanno costruito il loro successo online, trovando un luogo in cui ricordare qualcuno senza che il ricordo venga immediatamente assorbito nel flusso dell’intrattenimento. Il rischio è sempre quello di finire dentro il meccanismo di un noto meme nato su Twitter in modo inconsapevole: “Rip amico mio. E mo’ se magna”.
Nel giro di vent’anni, Facebook è passato dall’avere una bacheca, a essere la bacheca ufficiale dei manifesti funebri. Tra il 2020 e il 2022, per via della pandemia, tutte le agenzie di onoranze funebri hanno aperto le loro pagine e iniziato a pubblicare necrologi online, trasferendo sui social la pratica della bacheca riservata all’affissione degli annunci funebri. Con il tempo abbiamo finito per adottare anche sul web le stesse abitudini, inoltrando quei manifesti agli amici e commentando con: “Ma tu lo conoscevi?” e “Che cosa gli sarà successo?”. Aprire Facebook oggi comunque può essere un'esperienza emotivamente impegnativa. Scorrendo il feed ci si imbatte in una sequela di annunci di morte, commemorazioni e richieste di sostegno. Ci sono le morti improvvise e violente, accompagnate dai post dei familiari in cerca di verità o giustizia; ci sono i racconti di genitori che affrontano la perdita di un figlio e promuovono raccolte fondi o associazioni benefiche affinché quella morte, come si legge spesso, “non sia stata vana”. Particolarmente strazianti sono i profili di persone che per mesi, o anni, hanno raccontato pubblicamente la propria malattia e il proprio percorso di cura, fino al momento in cui qualcun altro prende la parola per annunciarne il decesso. In questi casi, chi legge non sta salutando soltanto una persona, ma anche una narrazione che ha seguito nel tempo. Ovunque compaiono “immaginette" in stile “santino”, anniversari, fotografie accompagnate dalle formule ricorrenti del lutto digitale: “in ricordo di”, “ci manchi”, “sempre nei nostri cuori” e “ciao angelo”. Spostandosi su X, il regno dei fandom e del commento permanente a ogni evento, il lutto assume forme ancora diverse. Qui ci si imbatte nel lutto parasociale, quello provato per le popstar che muoiono. È ciò che è accaduto, per esempio, a una parte delle Directioners dopo la morte di Liam Payne: prima si sono organizzate via social, e poi si sono incontrate nel mondo reale organizzando veglie, fiaccolate, lanci di palloncini e altarini in ricordo della loro crush giovanile. Facendo appello a tutta l’empatia che uno ha in corpo per evitare di farsi travolgere dal cinismo da saturazione emotiva, ci sono poi da affrontare i post dedicati agli animali domestici scomparsi, che occupano uno spazio considerevole nel lutto online. Infine, per chi preferisce una versione più autoriale e culturalmente legittimata del racconto della morte, ci sono gli obituary del New York Times e i necrologi d’autore firmati da Carlo Antonelli o Luca Guadagnino, che compaiono puntuali come la morte sul Corriere della Sera, il giorno dopo la dipartita di un famoso.
Se da Facebook e X ci si sposta su TikTok, la questione si fa ancora più complessa. Si entra nel territorio della content creation funeraria e qui c’è davvero di tutto, tranne il “tabù della morte”. Ho l’impressione che, almeno nelle società occidentali, abbiamo ormai superato la fase della “rimozione collettiva della morte” e siamo tornati a parlarne in lungo e in largo. In questo nuovo assetto, però come detto, mancano ancora rituali universalmente condivisi, riconosciuti e accettati da tutti. C’è chi si ingegna individualmente, chi si organizza all’interno di specifici gruppi sociali e chi adotta pratiche che entrano in conflitto con quelle di altri gruppi. È chiaramente una fase di trasformazione. Su TikTok, intanto, esiste un vastissimo ecosistema di creator che parlano di morte e lutto, spesso seguiti da centinaia di migliaia di persone. Non si tratta più di fenomeni di nicchia, ma di una presenza stabile e visibile all’interno della piattaforma. C’è, per esempio, La Beccamorta, che si definisce “la custode dei dimenticati” e percorre cimiteri monumentali vestita in stile Goth Lolita alla ricerca di storie da raccontare. Si sofferma su tombe celebri, antiche o semplicemente insolite, riportandone alla luce le vicende; altre volte prova a ricostruire, o almeno a immaginare, la vita di una persona partendo dai pochi indizi lasciati sulla sua lapide. C’è poi, Deborah, la Veneta dei Cimiteri che nella bio dichiara di voler “portare omaggio a chi morì ingiustamente”. La sua peculiarità è lasciare una caramella su ogni tomba che visita, una sorta di piccolo rituale che accompagna tutti i suoi video. Quelli più visti sono dedicati a Giulia Cecchettin che ha superato 1,2 milioni di visualizzazioni, e a Francesco Merlo.

Enable 3rd party cookies or use another browser
Tra i commenti ricorrono frasi come: “Che bella cosa che fai” e “Sei una bella persona”. Insomma, la community apprezza, è come se stesse rendendo omaggio anche per loro. A volte, fa partire una live direttamente dal cimitero e rimane lì a chiacchierare con la community, parlando davanti alla tomba. Al di là del giudizio che si può dare a questo tipo di contenuti, colpisce che abbiano trovato un pubblico così ampio e partecipe. La morte, che per decenni è stata descritta come un argomento rimosso, torna a occupare un suo posto attraverso forme che fino a pochi anni fa sarebbero sembrate impensabili. La mia creator preferita è la signora Cristiana Magnani, che nella bio si presenta con la triade: “Morte, cristalli, sciamanesimo”. Ha elaborato una sua personale teoria della morte mescolando sciamanesimo, riferimenti a Jodorowsky e fisica quantistica — disciplina in cui, peraltro, ha una laurea. Organizza anche corsi “PreMortem”. Secondo il suo sistema, tutti noi saremmo entità energetiche composte da cinque corpi: fisico, pranico o astrale, eterico, causale e scintilla divina. Il ciclo vitale non sarebbe altro che un continuo passaggio tra questi stati, una trasformazione permanente della nostra natura. Un giorno le scriverò per chiederle se, a questo elenco, non andrebbe aggiunto anche un sesto corpo: quello online.
Se hai dei suggerimenti su tematiche da affrontare e/o dritte di ogni tipo, scrivimi pure sui miei account social: mi trovi su X (il vecchio Twitter) e Instagram. Se vuoi sostenere questa newsletter come sponsor, scrivi a info@nredizioni.it







Questo Post è bellissimo
Per un po’ di tempo mi capitava sul Facebook (algoritmo wild) una creator americana che gestisce una funeral home con il padre. Atmosfera tra motel infestato dai fantasmi e PMI a gestione familiare, in realtà grande pragmatismo e spiegazioni super professionali. Comunque grandissimo pezzo, corpo online materia incredibile per un libro (💀)