Sul vietare i social ai minori – Beat and Love n. 33
Il punto non è stabilire se i ragazzi siano abbastanza maturi per i social. Forse dovremmo domandarci se i social siano abbastanza maturi per i ragazzi
Erano le undici di sera, e mi ero appena coricata dopo una giornata sfiancante. Così sfiancante che non avevo nemmeno provato ad aprire il famigerato libro sul comodino: ero passata direttamente a TikTok. Una piattaforma d’intrattenimento tanto perversa quanto irresistibile che già al secondo video mi proponeva l’anteprima di una diretta. La protagonista era la figlia adolescente di un’amica e, da quello che riuscivo a capire, si trovava in auto con un’altra ragazza. Erano ferme in un parcheggio, con le portiere aperte, e stavano decidendo dove andare a far serata. Ogni tanto passava qualche loro amico, che compariva per un istante nell’inquadratura prima di sparire di nuovo nel buio del mondo reale. Non ho continuato a scrollare. A un certo punto la figlia della mia amica si è accesa una sigaretta (non sapevo fumasse), mentre l’altra leggeva ad alta voce i commenti che arrivavano durante la diretta. Erano perlopiù messaggi di altri loro amici: lo deducevo dal tono e dalle espressioni usate, sembrava che tutti condividessero lo stesso lessico e le stesse battute.
L’atmosfera mi sembrava rilassata. La più a disagio ero io, un po’ frastornata da questo scorcio di vita giovanile vissuto attraverso il mio telefono, a cui non ero stata invitata ma che mi era stato servito direttamente da TikTok. Finché non è comparso il commento di un account anonimo che prendeva di mira non la figlia della mia amica ma l’altra ragazza. Il commentatore usava quello che, nel lessico dei social, è diventato l’equivalente femminile di “malessere”, termine in tendenza per indicare un certo tipo di ragazzo: quello stronzo che ti fa soffrire come un cane, che però non puoi fare a meno di amare, un amore tossico e disperato. Il corrispettivo femminile è “disonesta”: l’etichetta viene affibbiata a quella ragazza descritta come interessata non tanto all’amore romantico quanto allo status del maschio con cui si accoppia, al macchinone, ai possedimenti terrieri, all'ultimo modello di iPhone a quanti cammelli possiede la di lui famiglia.
La situazione è degenerata velocemente. Le ragazze hanno iniziato a urlare contro il telefono: “Chi sei? Fatti vedere!”, e nel frattempo è arrivato di corsa uno dei loro amici, attirato dal trambusto: “Che è successo?”. “Guarda qua!”, gli hanno risposto mostrandogli il messaggio. Lui ha raccolto immediatamente la sfida: “Aò, bello, chiamami se c’hai coraggio. Ho capito chi sei, c’hai il mio numero!”, e via così per qualche altro minuto di concitate minacce ed esposizione di muscoli, mentre le ragazze ridacchiavano. Dopo un po’ gli animi si sono calmati. Hanno continuato a commentare l’episodio, alternando indignazione e curiosità, finché non hanno spento la diretta per dirigersi verso un locale. Mi sono addormentata.
Questo episodio mi ha messo di fronte a una domanda che, negli ultimi mesi, è entrata con forza nell’agenda politica di governi di tutto il mondo: i social network andrebbero vietati ai minori di sedici anni? Forse sorprenderà qualcuno, ma la mia risposta è: sì, andrebbero vietati. Non voglio trovarmi nella situazione in cui un algoritmo mi suggerisce mio figlio tra i contenuti da guardare. E, già che ci siamo, vieterei anche gli smartphone. Come? Tu quoque? Sì, proprio io, nata lo stesso anno di Mark Zuckerberg, che ho iniziato a frequentare internet non appena in casa è arrivato un computer con il suo modem, iscritta a tutti social, pure a Quora e Clubhouse (chi se lo ricorda), immediatamente rapita da questo nuovo mondo che esercitava su di me un fascino irresistibile, un incantamento totale. Mondo che non mi sono limitata ad abitare, ma che ho finito per trasformare in una professione, attraversando nel tempo tutte le sue forme, le evoluzioni e le contraddizioni, spesso anche difficili da spiegare.
“Allora, questo gran divertimento te lo vuoi tenere tutto per te?”, mi ha detto un amico con cui ho dibattuto l’argomento. Gli ho detto che il divieto comporterebbe anche rinunciare alla possibilità di farmi così facilmente gli affari degli altri, figli miei e figli altrui compresi. Migliora la vita accedere a tutte queste informazioni? I social non trasformano inevitabilmente qualsiasi cosa in intrattenimento, senza che la gente ne abbia contezza? Questa mia posizione non nasce da una forma di moralismo né da una nostalgia per un passato idealizzato del tipo: quando c’erano solo i forum era tutto bellissimo (non è vero, c’erano già tutte le problematiche di oggi, solo più in piccolo). Nasce, piuttosto, dall’aver constatato come i social abbiano finito per creare nuovi entusiasmanti problemi, invece di risolvere quelli che già avevamo nel mondo reale. Dove promettevano connessione, hanno prodotto isolamento; dove promettevano informazione, hanno generato confusione; dove promettevano libertà di espressione, ora c’è la cancel culture. Alimentano ansia, performatività sociale, bisogno di approvazione. Per questo mi chiedo: i bambini e gli adolescenti di oggi non hanno già i loro problemi? Gliene dobbiamo aggiungere altri? Vogliamo consegnare a bambini e adolescenti strumenti che persino noi adulti fatichiamo a volte a gestire, comprendere e governare?
L’adolescenza è sempre stata un territorio accidentato. È il tempo in cui si cerca di capire chi si è, di trovare il proprio posto nel mondo, di imparare a convivere con il giudizio degli altri e, soprattutto, con il proprio. Non era semplice prima e non lo è oggi. Ma oggi, oltre a tutto questo, c’è anche la possibilità di essere osservati, valutati e confrontati in tempo reale da una platea potenzialmente infinita. Davvero non basta già la fatica di essere teenager? Davvero c’è bisogno di aggiungerci anche le dirette su TikTok, gli algoritmi che decidono cosa desiderare, i filtri che riscrivono il volto e le metriche che trasformano ogni esperienza in una prestazione da misurare? Forse il punto non è stabilire se i ragazzi siano abbastanza maturi per i social. Forse dovremmo domandarci se i social siano abbastanza maturi per i ragazzi.
In ogni caso, sto aspettando con una certa tranquillità che questo decreto legge si faccia anche in Italia. E credo che arriverà, indipendentemente da ciò che pensiamo tutti. La politica ormai funziona come i trend dei social: quando un tema cattura l’attenzione pubblica e genera consenso, tutti si precipitano nella stessa direzione, come salmoni che risalgono la corrente, ciascuno convinto di aver scelto autonomamente il percorso. Capisco però le ragioni di chi si oppone al divieto dei social media per i minori. Il punto è che prima o poi i ragazzi dovranno comunque confrontarsi con internet, con i social, con tutto ciò che ne consegue. Se è inevitabile, allora forse è meglio educare che proibire. È la stessa posizione di una mia amica, con la quale ho discusso più volte dell’argomento. E devo ammettere che il suo ragionamento ha una sua forza: se non puoi evitare che qualcuno entri in un posto, forse la cosa più utile è insegnargli a muoversi al suo interno.
Tra le voci più critiche verso queste proposte c’è la giornalista americana Taylor Lorenz, che da tempo denuncia quella che definisce una nuova ondata di panico morale costruita attorno allo slogan universale del “salviamo i bambini”. Su questo non posso darle assolutamente torto: invito sempre a diffidare quando il dibattito pubblico si riempie improvvisamente di persone che invocano la salvezza dei bambini (soprattutto quando sono molto astratti e generici). È una formula potente, che tocca le nostre corde arcaiche, utilizzata in contesti molto diversi tra loro, capace ogni volta di suscitare allarme, emotività e consenso automatico. Lo fanno anche molti divulgatori, influencer e politici. Lorenz sostiene che molti di questi provvedimenti finiscano per trasformarsi in limitazioni delle libertà individuali, compresa quella di espressione. E neanche su questo si può darle torto, sarà inevitabilmente così. Il punto è che più si allargano i confini della società contemporanea, più essa diventa multiculturale, e più contestualmente si restringono quelli individuali. Più si allargano i confini della convivenza, più emerge la richiesta di regole comuni che consentano a tutti di convivere senza entrare continuamente in conflitto. In altre parole, ogni ampliamento dello spazio collettivo sembra richiedere qualche rinuncia sul piano individuale. Non una perdita di libertà, ma una sua continua negoziazione. È il prezzo dell’equilibrio sociale. Non puoi avere l’uno e l’altro, altrimenti si avrà solo il famoso collasso sociale. Per questo non considero il dibattito sui social per i minori come una semplice contrapposizione tra libertà e censura. Mi sembra piuttosto l’ennesima manifestazione di una domanda molto più antica: quanta libertà individuale siamo disposti a limitare per proteggere la comunità, e quanta protezione siamo disposti a sacrificare per preservare la libertà individuale?
Alla mia amica, infine, ho risposto così: ma se anche un gruppo WhatsApp di mamme può trasformarsi in un inferno di guerriglie e rappresaglie, cosa pensiamo possa accadere in una chat composta da bambini di dieci anni che non hanno ancora iniziato le scuole medie? E succede, perché dentro questi gruppi, che sono anche piccoli rispetto alle community online, ci sono venti persone che parlano venti lingue diverse, nessuno è disposto ad ascoltare cosa dice l’altro, e spesso non c’è nemmeno nessuno che interviene a mediare. Allora, prima ancora di discutere se vietare o meno i social, dovremmo tutti tornare a scuola di analisi del testo. Imparare a leggere prima di reagire, a comprendere prima di giudicare. A distinguere ciò che qualcuno ha scritto, da ciò che noi abbiamo immaginato che abbia scritto. Sarebbe già una rivoluzione. Ha scritto Papa Leone XIV nella sua nuova enciclica:
La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme.
Mentre l’umanità fa mente locale e i suoi decisori prendono atto degli importanti cambiamenti, mio figlio insiste nel voler fare da grande lo youtuber, per la precisione il gamer, cioè vuole essere uno di quelli che giocano a Minecraft o a Zelda in diretta, nel frattempo commentando quello che accade sullo schermo con la propria community e improvvisando riflessioni che partono da un videogioco e finiscono sui massimi sistemi. Ogni volta che lo ascolto (e che tento di dissuaderlo, proponendo carriere alternative, tipo il medico e l’ingegnere), penso che mentre noi adulti discutiamo se internet sia un luogo da cui proteggerli o un luogo a cui prepararli, loro sono già altrove. Nel mondo reale, nel mondo digitale, nel mondo.
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