Violenza memetica – Beat and Love n. 28
Come le community online intrappolano i giovani
Sul caso del tredicenne che ha accoltellato la professoressa di francese non sono riuscita a scacciare un pensiero intrusivo che mi ha immediatamente travolta: se avessimo avuto anche qui la stessa nonchalance nel possesso di armi che c’è negli Stati Uniti, avremmo avuto la prima sparatoria scolastica in Italia. Ho dovuto resistere alla tentazione di cedere subito al panico morale, ma in ogni caso il mio secondo inevitabile pensiero è stato: c’entrano i social media e certe community online (deformazione professionale, certamente). C’erano già tutti gli indizi fin dai primi resoconti giornalistici. Il ragazzo (bambino?) aveva indossato una sorta di divisa, una maglietta con la scritta “vendetta” in rosso e dei pantaloni mimetici, e la tipologia di armi che gli erano state trovate addosso erano quel tipo di armamentario da videogioco sparatutto. Mi pareva evidente che stesse scimmiottando i più tristemente noti “colleghi” americani, i cosiddetti mass shooters. Nella sociologia criminale, abbiamo assistito al picco dei serial killer negli Stati Uniti negli anni Settanta e Ottanta; fenomeno che poi è declinato proprio sul finire degli anni Novanta, quando irrompe sulla scena una nuova tipologia di crimine, la sparatoria di massa in luoghi pubblici, che si compie possibilmente sotto gli occhi delle telecamere. Un crimine, in un certo senso, altamente performativo. E infatti, il tredicenne della provincia di Bergamo aveva appeso al collo uno smartphone che riprendeva in diretta la sua performance omicidiaria, trasmessa su Telegram, stessa piattaforma dove poi ha pubblicato il suo “manifesto”, ovvero una spiegazione del gesto. Il “manifesto” del tredicenne ha impressionato subito molti (“com’è lucido, che proprietà di linguaggio!”), se non fosse che anche quello è uno standard, e in certe community ne circolano continuamente di “prestampati”, da copiare e incollare, al massimo da personalizzare qua e là, e figuriamoci con che facilità nell’èra dell’AI. Dunque, nessuna lucidità, nessuna razionalità, nessun pensiero profondo (e del resto, che profondità può esserci nell’accoltellare un’insegnante?), nessuna adesione a filosofie nichiliste, ma puro e semplice scimmiottamento: quello di una mente giovane che, in un momento di fragilità, deve essere finita in una tana del Bianconiglio tra smartphone e piattaforme, e lì facilmente manipolata.
Solo qualche settimana prima di questo fatto di cronaca, sono usciti sulla stampa statunitense due articoli sul tema mass shooters e community online che ne glorificano le gesta. È un trend che esiste da qualche anno, e di tanto in tanto mi imbatto in un profilo del genere su TikTok o su X: vive principalmente in una nicchia, piuttosto piccola e nascosta, ma comunque in crescita. Il primo articolo è del New York Times dal non incoraggiante titolo: “We Study Mass Shooters. Something Terrifying Is Happening Online”. L’incipit descrive perfettamente la cornice in cui si inserisce questo nuovo fenomeno:
Fino a poco tempo fa, se ci fosse stato chiesto di descrivere il profilo di un tipico autore di una strage, avremmo immaginato un uomo di mezza età, socialmente isolato e disperato. Non era influenzato da un’ideologia politica, né soffriva di disturbi mentali come la schizofrenia. Piuttosto, era profondamente scoraggiato da una crisi esistenziale, magari un divorzio o la perdita del lavoro. Attaccando il luogo di lavoro o un gruppo di persone che riteneva responsabili dei suoi problemi, si vendicava e, di fatto, si suicidava. Negli ultimi anni, però, qualcosa è cambiato. Stiamo assistendo all’emergere di un paradigma diverso: un autore di stragi non meno disperato per le difficoltà della vita, ma più giovane, fortemente connesso ai social network e apparentemente convinto che, agendo violentemente, stia compiendo l’unico atto significativo possibile in un mondo altrimenti privo di senso.
Il secondo articolo è meno accademico, ma entra in profondità nelle dinamiche della cultura di internet. È scritto da Katherine Dee, che si occupa di fandom e community online, e si intitola “Adam Lanza Fan Art”. Adam Lanza, per chi non lo sapesse, è l’autore della strage alla scuola elementare Sandy Hook. Nel 2012, a vent’anni, uccise prima la madre e poi fece irruzione nella scuola, dove assassinò 20 bambini tra i sei e i sette anni e 6 membri del personale, prima di suicidarsi. Si tratta di una delle stragi più atroci e sconvolgenti degli ultimi decenni, tanto che negli anni sono proliferate teorie del complotto che ne hanno persino negato la realtà, sostenendo che si fosse trattato di una messa in scena. Nell’articolo, Katherine Dee racconta delle sue vicissitudini nell’aver frequentato per qualche tempo questo oscuro fandom, comunemente chiamato TCC, sigla che sta per True Crime Community. La TCC non va confusa con le più popolari e ampie community di appassionati di true crime, che considerano questo genere una forma d’intrattenimento e cercano principalmente di risolvere casi di cronaca nera in modo amatoriale, seguendo podcaster e youtuber specializzati sul tema. Di quest’ultime community, in Italia ne siamo pieni: basti pensare a come, nell’ultimo anno, siano proliferate quelle dedicate a Garlasco, ciascuna con la propria pista e i propri influencer. Nella community TCC, invece, non c’è alcun interesse ad “arrivare alla verità”, a risolvere casi, a ricordare le vittime. Si tratta piuttosto di veri e propri standom (gruppi di fan accaniti) di serial killer, mass shooter, tematiche morbose e criminali, contenuti gore.
Come in ogni fandom e standom, l’idol (che in questo caso coincide con persone responsabili di crimini atroci) viene romanticizzato e glamourizzato: si producono “fan art”, fan fiction, video-edit pieni di stelline e cuoricini, con musiche accattivanti in sottofondo. Non mancano, naturalmente, meme e un linguaggio specifico condiviso da chi appartiene al gruppo. Vige anche una sorta di codice etico, per certi versi simile a quello di altri fandom, con idee politiche e ideologie (molto rozze, e più che altro solo estetiche) che vanno dall’estrema destra all’estrema sinistra (mai al centro). Molti membri si definiscono woke (soprattutto negli Stati Uniti, in particolare rispetto ai temi legati all’identità di genere), mentre altri esprimono una forma di nichilismo appreso in formato meme e card sintetiche elaborate da qualche AI; altri, scivolando ancora di più nelle oscurità di internet, si fanno irretire da filosofie post-naziste, dall’occultismo, dal satanismo (dalla solita merda, mi viene da dire, irresistibile quanto di plastica come i Labubu, che però ritengo assolutamente preferibili alle filosofie post-naziste). All’interno del gruppo decodificano e amplificano le loro sofferenze fisiche e mentali, sviluppano una vera e propria ossessione per le neurodivergenze, la disforia di genere e i disturbi alimentari, tutti temi che diventano a loro volta oggetto di fan art, discussioni infinite e (ovviamente) meme. Si percepiscono sempre come vittime, perché è in quella posizione che intravedono la possibilità di ottenere attenzione e riconoscimento: diventare, finalmente, i protagonisti della propria narrazione è l’unico obiettivo che sembra darà un senso alla loro vita. La situazione si fa più grave quando dai meme e dai video passano alle challenge, sorta di “prove di coraggio”.
Esistevano community simili già negli anni Duemila e sono state tra le prime a trovare su internet un posto al riparo dove poter vivere, e proliferare. All’epoca, erano subculture di nerd, metallari, goth, emo, satanisti, neonazi e proana: le tematiche c’erano già tutte, ma le persone erano già perlopiù post-adolescenti, e le piattaforme ancora rozze. Almeno le foto a caricarsi ci mettevano un bel po’. Quello che vediamo oggi è la versione aggiornata, accelerata da nuovi strumenti come l’AI, e che si muove più velocemente tra le molteplici piattaforme a disposizione. Prima queste dark community esistevano sui forum, su 4chan, sui gruppi Messenger. Oggi ovunque, soprattutto TikTok e Telegram. L’età purtroppo si è abbassata, perché le porte d’ingresso si trovano su Roblox e Minecraft, le versioni online con le chat, dove si aggirano adulti malintenzionati che sanno che lì troveranno bambini da poter circuire e manipolare. È un adescamento non troppo diverso da quello delle “truffe romantiche”, che prendono di mira donne di mezz’età su Facebook: tutto comincia con un messaggio nei DM e poi si sposta su chat private, come WhatsApp. I truffatori fanno leva sulle fragilità di queste persone, chi è vedova, chi non ha ancora trovato l’amore, o chi sta attraversando un periodo in cui sente il bisogno di nuove esperienze, fino a convincerle a inviare anche migliaia di euro. Lo stesso schema viene utilizzato anche da chi cerca di avvicinare i minori online, ma con finalità ancora più gravi e perverse rispetto alla semplice truffa economica.
Ma a volte non serve nemmeno un reclutatore, si può cascare in una tana del Bianconiglio spinti dalla semplice curiosità, attratti dai temi, dall’estetica e dalla simbologia. E proprio la simbologia è centrale: questa community si porta dietro un intero immaginario occulto ed esoterico, che finisce spesso per intrecciarsi con altri ambienti affini, come quello dell’urbex, degli appassionati di tatuaggi, di certi generi musicali, delle “streghe” online. Ci sono, infatti, varianti di community TCC ancora più oscure, violente e nichiliste tipo la NLM (No Lives Matter), l’Ordine dei Nove Angoli (ONA, O9A), e altre sigle più o meno creative che mischiano numeri, lettere e talvolta rune (se vi interessa approfondire, ne ha scritto Andrea Venanzoni). La buona notizia è che sono più o meno tutte già tenute sott’occhio dalle polizie postali di tutto il mondo. L’altra buona notizia, se siete genitori, è che statisticamente capita raramente; la cattiva notizia è che quando capita, porta a guai molto seri. Dunque, da genitore cosa si può fare? Direi che è meglio non mettere smartphone in mano ai bambini senza nessun controllo e con connessione a Internet, alle chat e ai social media, perché certe dinamiche non le sappiamo decodificare e gestire nemmeno noi adulti, figuriamoci i bambini. Altri buoni consigli li aveva già dati Michele Tollis, il padre di Fabio Tollis, noto per la sua instancabile ricerca della verità dopo l'omicidio del figlio nel 1998 per mano della setta delle Bestie di Satana (ne faceva parte anche il figlio): notare se i figli iniziano ad adottare come vestiario delle divise, se usano un linguaggio particolare, se frequentano con costanza gli stessi posti con cattiva reputazione (ma comunque fino a qui rientra ancora tutto nella normalità). Invece, devono destare preoccupazione il cambio di umore e di atteggiamento, il rendimento scolastico che improvvisamente precipita, la mancanza di spiegazioni contingenti.
Infine, dobbiamo di nuovo prendere atto di questo fatto scomodo, cioè che viviamo in una società ipermediatizzata, che trasforma tutto in spettacolo, anche ciò che non dovrebbe esserlo. Una società in cui Luigi Mangione è stato glorificato e romanticizzato, raffigurato come un santo, anche lui con un vero fandom al seguito, costituito da donne e ragazze che lo sostengono durante i processi, gli inviano costantemente denaro mentre è in carcere. Eppure parliamo di un omicida, di una persona che ha sparato a un uomo che era un padre di famiglia che stava facendo il suo lavoro. Nonostante questo, è stato celebrato apertamente, anche da parte dei media mainstream, perché è attraente e perché “ha scelto bene” la sua vittima. Anche lui aveva alle spalle un percorso online che ha contribuito alla sua radicalizzazione, poco analizzato e ancora meno compreso, proprio come quello di Adam Lanza. Studiarli davvero significherebbe porsi domande scomode a cui questa società preferisce non rispondere. Apripista pre-social erano già stati Charles Manson e Jeffrey Dahmer, black star di Hollywood, trasformati in oggetti di fascinazione. Questa cultura esiste e si riproduce: è la cultura della violenza memetica.
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Attendo un approfondimento sulle community su Garlasco che trovo anch'esse abbastanza terrorizzanti, per motivi diversi.