Laura Pausini: l’icona pop spatriata – Beat and Love n. 25
Perché intorno a una celebrità di fama mondiale, come la nostra “Laura nazionale”, permane quest’aura di negatività immotivata? Eppure non ha truffato bambini oncologici coi pandori. Un’analisi
Laura Pausini partecipa a Sanremo da Permanent A-List Singer che, se non conoscete la scala di misurazione della celebrità, vuol dire cantante di fama mondiale, icona duratura e multigenerazionale, con milioni di dischi venduti e notevole impatto sulla cultura pop. Lo dicono tutte le metriche e le onorificenze: 75 milioni di dischi venduti, 33 anni di carriera, un Grammy Award (unica italiana ad averlo vinto), un Golden Globe, una nomination all’Oscar, concerti sold out dal Madison Square Garden al Royal Albert Hall. Se dovessimo guardare ai numeri sui social, parliamo comunque di milioni di follower, engagement sostanzioso e costante, presenza fissa nei trend. E se volessimo citare un altro primato, lei non ha soltanto un fandom: può vantare uno dei primi fandom nati nella regione italica, i Pausiniani, pionieri di queste terre al tempo ancora inesplorate, e oggi decisamente affollate, insieme ai Sorcini di Renato Zero. “La solitudine” è l’equivalente italiano di “Baby, one more time”. La so a memoria dall’inizio alla fine e, immagino, anche voi. Se in Italia dici “Laura”, viene in mente: Laura la musa di Virgilio, “Laura non c’è”, “Lauretta mia” e Laura Pausini.
Da questo sostrato, fenomenale e non schivabile, sono partita per andare a indagare sul perché del cosiddetto sentiment negativo sui social media nei confronti di Laura Pausini. Sempre partendo dal dato oggettivo, incrociando più piattaforme di ascolto del web (tra cui Talkwalker), le criticità si fermano al 9,7 per cento (il sentiment positivo è al 29,1 per cento, il resto è contenuto neutro). Tradotto sarebbe: non c’è nessuna polarizzazione, i livelli si mantengono nella media, la reputazione gode di buona salute, si consiglia comunque di bere molta acqua. Però, allora, perché anch’io continuo ad avere questa percezione di negatività, di acredine diffusa nei confronti di Laura Pausini? La prima anomalia che ho riscontrato è stata questa: ho cercato ritratti, profili, analisi dedicate a lei sulle riviste culturali, nei media mainstream, nei siti online specializzati. E non li ho trovati. O meglio: non li ho trovati a un primo colpo. Ho dovuto scavare, addentrarmi nelle profondità di Google, come se stessi cercando un reperto archeologico e non una delle artiste italiane più premiate e vendute al mondo. E questo è un paradosso. Considerando tutto quello che ho detto all’inizio (numeri, record, riconoscimenti internazionali), questa assenza, o quantomeno questa scarsa visibilità nel racconto culturale “alto”, è decisamente un’anomalia.
Tanto per fare un esempio al volo: su Rivista Studio, per Lady Gaga escono dieci o più pagine di articoli; per Laura Pausini… due? E anche quelli, non sono articoli interamente dedicati a lei: viene perlopiù messa in mezzo insieme ad altri nomi, Eros Ramazzotti, Giorgia, Tiziano Ferro, Elisa. Potrei fare esempi simili da altre testate, e la situazione non cambierebbe. Ma il problema non è solo la scarsa considerazione: alcune testate, e in particolare quelle di gossip, così come certi giornalisti molto attivi sui social, ne parlano apertamente male, calcando i lati negativi (rozza, urlatrice, sopravvalutata). In generale, nei media aleggia compattamente quella sufficienza che la stampa riserva al classico pop italiano di successo. In questi casi si tende a mettere in evidenza solo gli aspetti più stereotipati o criticabili, ignorando tutto ciò che invece la rende un’artista di livello internazionale. Insomma, si può scientificamente dedurre che Laura Pausini non gode di quel cordone igienico garantito dalla stampa che invece protegge altri grandi artisti italiani. Prendiamo Cesare Cremonini: su di lui esiste un’ampia letteratura, e sostanzialmente tutta positiva. Profili, analisi, celebrazioni. Un racconto coerente, curato, stratificato nel tempo. Oppure pensiamo a Raoul Bova, uscito indenne dalla shitstorm dell’anno scorso, con una reputazione rimasta sostanzialmente intatta. In quel caso la stampa e i media hanno funzionato da cuscinetto, da camera di decompressione, riportando il discorso su binari più neutri, se non favorevoli. Una grazia che non viene concessa a tutti, basti pensare a Chiara Ferragni: lì il cordone si è immediatamente volatilizzato, e l’assenza di una narrazione protettiva ha amplificato l’onda d’urto. E allora il punto non è solo il pubblico, non sono solo i social. È soprattutto chi costruisce lo storytelling. Perché l’assenza di una cornice autorevole non è neutra ma ha un suo peso specifico che influenza fortemente il pubblico già predisposto.
Posso capire da dove nasce quest’atteggiamento di sufficienza: negli anni Novanta e soprattutto all’inizio degli anni Duemila, quando scrivevo di musica per le fanzine underground e andavo ai concerti indie-rock vestita come un’Alexa Chung di Frosinone, pensavo che la musica pop italiana fosse banale, insulsa, se non proprio tremenda. “Bassa”, cioè con pochi riferimenti culturali alti (qualsiasi cosa volesse dire), leziosa, sempre a parlare dell’amore angelicato con quel lessico povero, gli accordi e i ritmi democristiani. Oggi a posteriori, e per questo devo ringraziare la musica trap e i libri di Tommaso Labranca e Adorno, ho rivalutato totalmente la musica pop italiana, da Amedeo Minghi a Gatto Panceri, passando per Mango, Tiziano Ferro ed Eros Ramazzotti. Gatto Panceri l’ho risentito qualche tempo fa alla radio e ho proprio pensato: “Porca miseria, ma era letteralmente Mozart!”. Dunque, voglio scusarmi profusamente con lui per averlo giudicato male in passato. Ma non ero io: era il contesto in cui mi muovevo a indurmi a pensarla così. Io, pecorona che non sono altro!
I miei amici e colleghi, tutti appassionati di band rock, indie e alternative, che collezionavano bootleg registrati nei sottoscala usando grattugie e bassi scordati, non avrebbero mai accettato considerazioni del tipo “Mango è un genio della musica, anche più di David Bowie” (cosa che oggi sono pronta a sostenere e argomentare), e mi avrebbero cacciato all’istante dal gruppo e dalla redazione della fanzine underground. All’epoca, potevano permettersi di scrivere cose avanguardistiche solo altri geni fuori dal coro, tipo Labranca. Ed è proprio Labranca l’unico intellettuale che scrive di Laura Pausini in senso positivo, paragonandola alla sua musa e icona, cioè Orietta Berti: Pausini all’inizio della sua carriera incarna l’idea dell’adolescente presa da problemi scolastici, amorazzi e amiche poco fedeli. Riporto interamente le sue parole:
La Berti è la mamma canora di un’altra cantante emiliana, Laura Pausini. Naturalmente con le differenze dovute, per esempio, alla diversa epoca. Ma il protagonista che viene esaltato in Tu sei quello (1965) è lo stesso che poi parte in La solitudine (1992); sembrano mondi diversi, adulto il primo, adolescente il secondo. In realtà le due cantanti ai tempi di questi brani avevano quasi la stessa età. Solo che prima si cresceva più in fretta, oggi viviamo un allungamento della giovinezza, quello che i sociologi chiamano adolescenzializzazione. La Berti (tra l’altro più ruspante) e la Pausini (tra l’altro più urbanizzata) cantano entrambe di un amore che chiunque può vivere e nel quale può identificarsi. Un amore medio in una vita media per un pubblico medio. Medio non mediocre! Questa è matematica non presunzione: si prendono tutti i membri del pubblico (quantità x), si sommano le quantificazioni delle loro esperienze singole e si divide il risultato per lo stesso numero x. Si otterrà ciò che in matematica si chiama media e che corrisponderà al testo di Tu sei quello e La solitudine. C’è tanta gente che deve essere grata alla signora Berti: sono tutti quei giornalisti tanto incolti quanto presuntuosi che, sorridendo maligni e schifati di Orietta, si sono potuti sentire almeno una volta intelligenti.
Mi permetto di proseguire il discorso iniziato da Labranca (spero nel perdono). Laura Pausini a un certo punto, anzi abbastanza presto, si è evoluta. Da paesana coi problemi d’adolescente, se n’è andata a studiare e lavorare verso altri sconosciuti lidi. E da lì, ha iniziato a soffrire della sindrome degli spatriati: quella della brava figliola che è andata a cercare fortuna all’estero. In paese, puoi aver costruito la carriera che vuoi, puoi tornare a ogni festa comandata, ma resti sempre quella che se n’è andata. E, in quanto tale, guardata di traverso: mai davvero sostenuta, mai aiutata, con nessuno pronto a venirti incontro. Anzi, ti si chiede sempre di dimostrare il massimo, di garantire prestazioni impeccabili, perché al primo passo falso l’intero paese è pronto a puntarti il dito contro, soprattutto da parte di chi non ha mai avuto il coraggio o l’occasione per andarsene. Sempre da spatriata, invece, è stata riconosciuta, accolta e omaggiata da altri spatriati: ed ecco le ragioni del suo successo in Sudamerica. Il riconoscersi immediatamente in qualcuno che ha lasciato il posto che amava per confrontarsi con il mondo, riuscendo ad abbracciare davvero il multiculturalismo senza mai tradire le proprie radici, rimanendo squisitamente campanilista.
Arrivata al 2026, dopo decenni di carriera, ancora una volta, Laura Pausini ha trovato il coraggio di scendere al paesello e di salire sul palco più difficile di tutti, nel pieno d’una sommossa popolare alimentata dai media, scandita da un ritornello ossessivo, simile al ritmo dei tamburi tribali: “la Rai meloniana, la Rai meloniana”. Nota a margine: se mi parli de “Rai meloniana” in riferimento al caso Petrecca, ti do certamente ragione; ma se continui a evocarla parlando dei pacchi di Stefano De Martino, o appunto Laura Pausini, allora faccio fatica a capire dove si nasconderebbe la fantomatica propaganda.
Così mi sono messa a fare un’analisi qualitativa dei commenti con sentiment negativo su Facebook: ne ho passati in rassegna un migliaio, e le parole che tornano più spesso sono sempre le stesse: arrogante, antipatica, presuntuosa, urlatrice, insopportabile, lagnosa, patetica, poco empatica, finta umile, finta buonista, finta simpatica. Finta.
Sotto un articolo su Facebook, una certa Giancarla riversava tutta la sua acredine contro Pausini, colpevole, appunto, di essere “poco umile”. E io mi sono dovuta legare al palo della nave per non rispondere: ma Giancarla, poco umile cosa? Parliamo di una che ha venduto oltre 70 milioni di copie, ha vinto un Grammy Award e parla fluentemente almeno cinque lingue (e l’ultima volta che abbiamo visto qualcuno con questo curriculum era forse Giovanni Paolo II) mentre io e te, Giancarla, a malapena mettiamo insieme un “bonjour” e un “goodbye”.
Premettendo che, a mio avviso, questa presunta “non autenticità” e “non umiltà” deriva, in realtà, dal non essere abbastanza stronza, qualità che oggi, paradossalmente, sembra riscuotere invece grande consenso. Il meccanismo è questo: più sei tagliente, più distribuisci stoccate e parli male degli altri, più vieni percepita come vera, schietta, autentica. Quella con il coraggio di dire quello che gli altri non hanno il coraggio di dire (nessuno che pensi mai: è un gran maleducato, l’educazione non va più di moda). L’empatia annoia, la gentilezza insospettisce, la stronzaggine rassicura (o forse, manipola). Comunque, basta guardare cosa è successo anche a Giorgia: nell’ultimo periodo ha accantonato i panni dell’umile ragazza prodigio e ha lasciato emergere un po’ più di cazzimma. Dal punto di vista dello spettacolo, ci ha guadagnato. Perché le folle premiano chi alza il tono, chi vampirizza la preda, e chi non chiede mai scusa in tuta grigia.
Poi ho aperto il box domande nei DM su Instagram, e lì è emersa un’altra parola ricorrente: fascia. Perché? – ho chiesto – spiegatemi queste azioni suspete, sintomi del fascio. Intanto, ovviamente, perché assoldata nella Rai meloniana. Poi ci sono vecchie dichiarazioni, tipo il famoso “parlateci di Bibbiano”, che hanno fatto storcere il naso a qualcuno. E soprattutto la shitstorm più rumorosa: il cosiddetto rifiuto di cantare “Bella ciao” durante una trasmissione spagnola, dove il riferimento era però alla versione legata a La casa de papel. Il rifiuto non nasceva da una presa di posizione anti-partigiana, ma dalla volontà dichiarata di restare apolitica. Che però, nel tribunale permanente dei social, è già una posizione politica (restare apolitica: sintomo del fascio). Infine, l’ultima critica riguarda un aspetto personale, per qualcuno Pausini è “quella che ha rubato il marito a una donna sposata” (strani amori/mettono nei guai/ma in realtà/siamo noi). Su questo, per carità, ognuno ha la propria sensibilità. Però con quell’uomo si è sposata e ci ha fatto una figlia: stanno ancora insieme, non è stata una scappatella da rotocalco finita dopo un’estate. Sennonché, anche Sabrina Ferilli a suo tempo “aveva rubato il marito” a una, e poi era andata a Sanremo citando il suo “marito benestante”, ma non mi sembra che qualcuno sia rimasto turbato dalla cosa.
Detto questo, sul palco di Sanremo Laura Pausini è stata brava, capace, simpatica, professionale. E perché non avrebbe dovuto esserlo poi, visto che ha già condotto decine di trasmissioni seguite da milioni di spettatori, compreso l’Eurovision Song Contest. Comunque, così brava da farmi chiedere: non sarà forse questo il momento della sua carriera in cui sa più condurre che cantare? Fa televisione all’estero, ma se lo facesse in Italia potrebbe tranquillamente far tremare Antonella Clerici, Maria De Filippi, Milly Carlucci, Mara Venier; sia nella Rai meloniana, che nella Mediaset piersilviesca. Pensare a un Grande Fratello, un The Voice, un Ballando nelle mani di Laura Pausini (magari in coppia con la sua amica Paola Cortellesi, da conduttrice principale, e non con uno scazzato Carlo Conti al fianco)? Io lo guarderei. Questa volta il capello nero corvino piastrato con GHD ha avuto la meglio sul boccolo biondo Dyson, e vi assicuro che non capita spesso.
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tutto giusto; si potrebbe aggiungere solo un piccolo tassello al puzzle delle
domande e delle risposte ma il pamphlet che uscirà sotto falso nome per adesso deve restare nel cassetto 😉